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I tutoli

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Fuori il vento faceva gemere gli alti abeti e la povera casa, sperduta nel cuore della Sila, pareva dovesse crollare da un istante all’altro, essere portata via da un soffio più impetuoso di quella gelida tramontana.

Ma pensandoci bene, Turi Arena sorrise. L’aveva costruita lui, non ricordava più quanti anni fossero, assieme a suo padre e avevano scelto alla bisogna i più bei pini del luogo; l’avevano poi completata, per quanto ce n’era di bisogno, con legno di abete, faggio e castagno.

Suo figlio Rocco, buon’anima, aveva fatto il resto, sostituendo ciò che il tempo e le intemperie avevano inevitabilmente corroso

e provvedendo a renderla più salda con fondamenta più solide e più robuste. Lì quattro generazioni si erano avvicendate e chissà quant’altre ancora ne avrebbe ospitato la sua casetta.

Il germoglio c’era, che avrebbe dato nuove foglie e nuovi frutti.

Il suo povero Rocco morendo gli aveva lasciato un amore di bimbo,un bocciolo di rosa, in mezzo alle selve, che si apriva pian piano alla vita e alla luce. Si chiamava Turuzzu. Turuzzu e lui; lui e Turuzzu; nessun altro in quella casetta sperduta nel cuore della Sila. Chè anche la povera moglie del suo Rocco era stata raggiunta da quella schioppettata, sparata lo sa Dio da chi, ed era caduta accanto al marito, quando già stava per rendere più lieta quella casetta con un sorriso di un nuovo angioletto.

Che notte fu quella per Turi Arena! Era già in pensiero per il ritardo di Rocco e Carmela, ch’erano scesi giù in paese a comprare un po’ di biancheria per la creatura che sarebbe dovuta venire al mondo e convincere la levatrice a ritornare fin lassù quando ve ne sarebbe stato bisogno, e già la sera scendeva con i primi fiocchi di neve.

Venne la notte, calma, gelida. Egli non poteva più stare ad attendere. Ravvolse Turuzzu in un’ampia coperta di lana, si fece il segno della croce e uscì di casa con  l’ansia nel cuore. Poi lì, con i due suoi cari mezzi coperti di neve e il bimbo che piangeva per il freddo e la fame. Li scosse, li chiamò disperatamente; maledisse l’infame che aveva commesso tanto delitto e gli arrecava tanto dolore.

Non potendo trovare un lenimento nella vendetta, da quel giorno i suoi occhi furono sempre rossi di pianto, persero la vivacità e il brio che li caratterizzavano, si appannarono lentamente.

Come Turuzzu cresceva vispo ed allegro, egli invecchiava tristemente. Sentiva quasi il rimorso di doversi spegnere senza aver nulla fatto per vendicare l’offesa arrecata al suo sangue, senza un motivo, un plausibile perchè. Rocco non era nè litigioso nè un violento, anzi era benevolente per il suo carattere mite e generoso; eppoi era sempre lassù al lavoro, tra i boschi, e finito il lavoro correva a casa ad abbracciare la sua Carmela e il suo piccolo.

Eppure un motivo, un motivo, un motivo da nulla e che al vecchio Turi sfuggiva, vi doveva pur essere per troncare con tanta ferocia due giovini vite. Solo per odio o vendetta poteva essere stato compiuto un simile delitto, ma per quanto cercasse, frugasse nella sua memoria, considerasse ad una ad una la azioni sue, di suo padre, di suo figlio, non aveva trovato nulla il vecchio che lo accusasse dinanzi alla propria coscienza.

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