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Il Ponte

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Mugghia il Velino, Rico, e contro il ponte cozza con uno spasimo incalzante. Lo senti?

Da poco m’ero assopito; e tu di nuovo mi svegli. Avessi le orecchie felpate come le donne della mia terra!

A te, Irpino, questo gemito fa da strana ninna nanna e t’addormenta; ma io ho le orecchie forate come il cinghiale marso e so da dove spira il vento e non mi sfugge stormir di fronde.

Se taci e tieni aperti gli occhi, mentre io dormo, non ti sfuggirà nulla, o moglie, di questa tempestosa notte.

Ulula il fiume e tuona nelle gole dell’Evandro. Io so che quando tuona così, scava la roccia e la morde e il sostegno le toglie; e tutto si trasforma in fango e sassi. E i sassi sembra che li scagli un titano con mano ferma, tanto vengono giù come proietti a valle.

Ti è rimasto nelle orecchie l’ululo del lupo che ti atterriva, quando pastorella vagavi con tuo padre e con la greggia per i boschi dei Marsi. Ma il ponte è saldo, Ardelia; saldo più della rupe che si sgretola e si frange. Saldo più del tempio che, sul monte, S. Benedetto costruì e saldo più del monte stesso. Con i tuoi occhi, tu vedesti quanto vi profusero, ferro e cemento e calce e viva pietra e acciaio come grossi tronchi che attanaglia l’una all’altra arcata, gli artieri e i mastri, esperti in tali cose. Se ti ripetessi le lodi che ne fecero e come lieti erano i volti per la fatica a termine portata, credo che più di me tranquilla saresti e che il titano di cui parli, invano i sassi contro gli proietta!

Quando romba lassù, di sotto al monte, dice Pico di Sella che da cento antri getta acqua dalle sue viscere la terra e nulla vi resiste.

Oh, i tuoi vecchi montanari ubriachi di credenze quanto di saggezza privi!

Non è stolta credenza la sua. Dagli occhi asciutti ormai, privi di ciglia, ne scaturì di pianto! Saliva ogni anno al colle, al monte, e zufolava nella canna, lieto. Il gregge vi menava e la sposa e i tre figlioletti e non poteva essere felice. Era d’estate e da guanciale facevano i rami del pino e per letto le foglie radunate del castagno. Nella notte la terra tremò, come percossa; l’acqua dal cielo venne giù a cascate e sperse prima il gregge quindi in orrido groviglio di sterpi, di mota e svelti tronchi,  travolse  la moglie e i figli. Sulle gambe saldo, in mezzo alla tempesta correva Pico come toro quando entra nell’arena e ancora il pericolo non sente. Li chiamava a gran voce e con il cuore in tumulto e solo da lungi attraverso la bufera gli giunse un lamento. Allora si accasciò come colpito a morte. L’acqua lo trascinò giù per la china; ma alla speranza vana si aggrappò di portare ancora aiuto ai suoi e sulle gole d’Evandro piantò il bastone di nocciolo. forte, col quale le gregge menava, e nella notte urlò; tutta la notte urlò, forsennatamente, il nome della sposa e dei figlioli. Ora più ciglia non ha, ché gliele strusse il pianto.

Nè io, più sonno, Ardelia; perché angosciata ti sento.

Non è angoscia la mia; ma per il timore che lo trascini giù come festuca a valle, il sonno non mi coglie. Prima che albeggi passa il treno sul ponte...

E’ notte fonda, Ardelia, ed è lontana l’alba. Ma prima che spunti, andrò sul ponte, affinché tu sia tranquilla.

No, non andare; o vengo con te. No, io non voglio; e questo promettimi!

Che ti prende, donna? Che stravaganza è mai questa! ... cosa ti predisse Meleta l’altro giorno?

Oh! Nulla, nulla, mi predisse Meleta di Corno! Meleta è saggio, ha gli occhi spenti e vede. Vede più del nibbio della foresta. Scavò con le ossute dita nella mia mano concava, non disse motto; ma nel pugno si strinse il bianco mento, e rimase con la bocca attonita.

Tu il moli nella bocca porre gli dovevi...

Egli non fa incantesimi, non fa magie! Ma scosse il capo, tre volte, senza parlare.

E’ saggio, è saggio, Meleta il vecchio; chi parla troppo è sciocco.

Aveva fame e gli porsi una ciotola. Egli mangiò piano, benedicendo. Poi gli diedi del pane che ripose nella capace sacca e da essa trasse una torcia odorosa di resina, fatta di sua mano, e mi pregò di accettare l’umile dono, ché altro non poteva offrirmi.

Quindi nulla ti disse;  e tu, che temi?

Io non lo so, ma l’ansia mi tormenta. Sento questa ruina che discende e m’assorda, mi penetra nel sangue. Sento persino il ferro cigolare nelle visceri del ponte.

Ora, Ardelia, io andrò, affinché ti calmi. Tu rimani qui, mentre m’assicuro che il ponte è quale scoglio in mezzo alla tempesta.

No, io vengo con te; almeno questo permettimi. Voglio che la pioggia mi batta e il vento mi percuota. Acquisterò calma in mezzo alla bufera. Rimanendo qui sola, il mio cuore andrà in pezzi e l’anima ne uscirebbe di fuori.

Sei dura; Più del Sasso che s’inerpica nel cielo e mai non crolla. Vieni con me, se ciò ti piace; ma stringiti al mio fianco e prendi la lanterna, perché la notte è buia come l’inchiostro.

*     *     *

Va piano, Rico, che t’inciampi e cadi.

Non vorrai che stia tutta la notte a bagno!

Cento metri più cento stanno tra il casello e il ponte, e dieci volte al giorno mi reco al fiume. Ora per prendere l’acqua fresca più che dalla fonte, ora a lavar panni ed ora ad affondar le braccia giù sino alle spalle e fino all’anca il piede, quando il sole scotta  qui, tra la bassura e il monte.

Ma questa non è l’ora migliore!

Rugge il Velino, Rico, in modo orrendo. Sembra mare in tempesta che alle rocce s’avventi e coi ciottoli suoi voglia disfarle!

Tale strepito insieme fanno l’acqua e il vento che per le gole e tra le querce scende e per le arcate sibila del ponte. Ora tu qui attendimi, al pilastro, e salda tieniti, che non ti trascini il vento.

No, Rico, non andare, o fa che io venga. Non mi lasciare al pilastro del ponte abbarbicata. Quant’acqua, Cielo! E la gola arida mi brucia, come se attorno mulinasse sabbia. No, non mi lasciare! ... ma almeno prendi la lanterna, Rico. Io ti seguirò per la sua luce; vicina ti sarò con la mia voce....

Ardelia, non piangere. Già tanta acqua si versa dal cielo, che la terra n’è gonfia. Non piangere, Ardelia. Non c’è motivo di pianto. Io ti bacio e tu attendimi, quieta.

Rico, tieni alta col braccio la lampada, fa ch’io ti segua. Rico, mi senti? ... ti giunge fin là la mia voce?

Si, Ardelia; come un soffio, col soffio del vento mi giunge!

Madonna! Rimbomban le gole, che l’acqua non cape! Madonna! ... che orrendo frastuono di rocce che giunge. Rico, ritorna! M’ascolti? ...non sente. E’ troppo distante sul ponte. Signore! ... il pilastro vacilla... o Signore, ti prego, sostienilo tu, questo ponte...oh, che torni, che torni, Signore! Che Rico mi ascolti, Ti ascolti... la mia preghiera ti giunga! ... Dà ali ai suoi piedi, Signore, al mio cuore forza! ...Che schianto! ... L’arcata, Signore! ... Rico ...Rico... Rico ...dov’è la lanterna? ...Io più non la vedo. No; non vedo più il ponte... non vedo più nulla... trascinami tu nella melma... non cedi, pilastro, tu solo vacilli e non cedi ... irrisione tremenda! Rico... più Rico non v’è; più non v’è nulla.... Madonna!

*     *     *

Arde... c’è qualcosa che arde... c’è qualcosa che brucia e lo sento; ma nè fuoco nè luce è all’intorno. Dove sono? ... sperduta nel fango...non sapevo bruciasse la terra inzuppata di pianto! ... perché ho pianto, perché di tante lacrime ha bisogno la terra? .... per Rico... ma Rico dov’è, dov’è la lanterna?... Ah! Rico... il ponte... più nulla...ed io distesa per terra!... è la pioggia che brucia cadendo... e il vento alimenta la fiamma ... e il Velino rimbomba! ..oh! chetati almeno...giacché tramutato sei in tomba!... no, Rico, no! tu sei di là, all’altra sponda. Lo so che mi chiami... non sento... è il vento che porta via la tua voce... ma qualcosa mi giunge all’orecchio... una voce ch’è amica e la sento.... non ricordo che voce... ma è amica e non reca tormento! ...Meleta... parlare dovevi, parlare! Tacere che vale!... ma che sapevi tu, povero vecchio, che potevi tu fare! Io solo poteva salvarlo, avvinghiandomi a lui, impedendo che andasse sul ponte... io sola potevo salvarlo!... ma che dico... la voce tua nota mi giunge...la sento più presso... sul ferro... che ferro? E’ questo che scotta alla gola, che parla?... sto forse dormendo, sognando? ... Che incubo orrendo! ...no, sono sveglia....riparla...dal buio più fondo... non c’è stella nel cielo... ma fra poco diventa di perla.... riparla.... ma cos’è questo ferro? ... da esso mi parla... lo sento...il treno, no....si, il treno.... Madonna, Madonna,Madonna!.... Corri, Ardelia, lo ferma; che strage altrimenti, nell’abisso del ponte!... Lanterna non ho... non ho nulla.... nessun lume resiste alla furia del vento...oh, Rico! tu solo potevi impedirlo... tu sola potresti, Madonna! ...Ardelia, corri, corri... alla casa già giungi... che accendi?.... Che orribile cosa uscir fuori di mente... restare sgomenta... svegliati, Ardelia, altrimenti... che visione...oh! povera gente!.... Tutto mi disse Meleta, tacendo, scavando nella concava mano... l’avvertimento fu vano... e forse ora mangia il mio pane piangendo....sapendo ...oh! Meleta, Meleta veggente, la torcia mi desti in compenso... accendila, Ardelia; è già tardi... già fuma, risplende, Madonna! ...credo la veda Meleta dal monte, con gli occhi suoi spenti!...Chi non la vede in questo buio sì fondo? ...ecco che giunge col suo fragore di sempre, correndo....correndo...ma Ardelia lo ferma...lo fermo...così, in mezzo ai binari, agitando nel cielo la torcia... che ognuno la vegga....ancora s’avanza, ma cigola, stride, m’assorda...ma al ponte non giunge...già ferma... non può giungere al ponte....ma, scansati, Ardelia, a te giunge, s’avventa....scansarmi che vale, è ormai vano, che Rico m’attende... ed ha freddo tra i riccioli d’erba del piano....

 

Fedor Nicolay Smejerlink

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