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Alla tua ombra mi raccolsi stanco

dopo la solitaria

corsa qua e là per la campagna aprica,

amica quercia, che profumi non hai,

non hai svettanti al cielo

rami fioriti e di color cangianti.

Povera cosa sei

sublime ostello alle mie stanche membra.

Con te mi è lecito parlare ormai

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Dico, parlo, chiedo,

voglio, affermo,  pretendo,

esigo, ordino, impongo.

…cazzo!  qualche volta sbaglio;

mica sono infallibile!

 

nonsologrigio

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Trascorrono avvolte nei veli

sullo scenario della vita

anime morte.

Ti chiedo cosa nasconde

ogni piega, se han sesso,

se sono petali senza corolla.

Io del tuo amplesso

m’illumino, dell’onda

dei tuoi pensieri cangianti

a ogni brezza.

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Credo di aver avuto un sei anni a quel tempo.

Mia madre, nei tardi pomeriggi assolati di luglio, conduceva me e le mie sorelline sulla spiaggia ricca di ghiaia e di sabbia bianche e pulite, come lo erano una volta, specie in Calabria. Sceglieva sempre un qualche angolo tranquillo e fuor di mano, per consentirci di correre e giocare a nostro piacimento senza dar fastidio ad alcuno.

Ella in genere se ne stava seduta, incantata e un po’ intimorita, dinanzi a quella immensa distesa di acque, che per lei, quasi una ragazza, venuta giù dalle Alpi del Piemonte, dovevano essere una scoperta affascinante e sempre nuova.

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Il gusto loro era di sentirgli ripetere lo stesso discorso, in cui qualcosa di nuovo vi ficcava sempre, e di farlo infine andare su tutte le furie, interrompendolo quando meno se lo aspettava. ...

Gli stavano attorno come alla chioccia i pulcini, tutti intenti in apparenza, sino a che non fossero scoppiate a qualcuno le risa, invano trattenute. Allora quel riso contagioso correva da un capo all’altro del gruppo, pari a un fuoco d’artificio; ed egli ne rimaneva imbalordito a contemplarli, poi gli scappava la pazienza e l’invettiva solenne: “ ora basta, figli di ....; solo una lezione di creanza sarebbe  necessaria per voi”.

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Non ci coglie

pensiero smarrito di cose

nuove, l’assurdo ch’è denso

di vero nell’animo.

Declinante ogni anelito

tace, forgia rovente

si spegne come in sogno

l’immagine,

il correre vano per falsi

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Accalappia cani era; non pretendevano per caso che insegnasse loro il latino, quei malcreati. Ma l'educazione ...

gliel'avrebbe potuta insegnare, quella almeno sì, dal momento che non sapevano farlo i padri loro, alcuni dei quali si vantavano di aver frequentato l'Università, quella di Napoli, niente di meno! Si vede che a frequentarla avevan guadagnato poco; eppoi egli era del parere che l'educazione non la si fa andando a scuola, ma esser di buona pasta bisogna. Quelli, di mala pasta erano; ma non loro soltanto, anche i padri, i nonni, tutti quelli che usavan dire "ai miei tempi" e

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Si sperdono come i desideri. Foglie morte.

Fu nella piana di Mamuntanas, quando il corvo gracchia indisturbato dai sassi tesi del nurago e la civetta attende la sera prossima per fare sue le prede.

Il sole cade a sghimbescio tra le fetide pozze di Fertilia e la curva di Porto Conte, e Alghero è rossa come un’aragosta viva.

Il vento viene su, ansimando, ansimando, dal mare; il suo respiro penetra nelle forre, si avviluppa ai muri a secco, procede stanco. Si sperde nelle sugheraie e le chiome ne raccolgono il morente brivido.

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