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Senza meta

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La strada era polverosa, cosparsa di ciottoli; e le rughe profonde, che Diego seguiva con gli occhi stanchi arrossati, gli dicevano della sua vecchiezza e gli pareva di trascinare i piedi sopra una pelle vizza, cosparsa di macchie scure, come di sangue aggrumato dal passare del tempo.

Dalle rade querce abbruciate dal sole di una estate calda e secca svolazzava qua e là qualche merlo, colto di sorpresa al riparo dal sole sui rami bassi o sulle foglie sparse per terra, dove l’ombra dà un po’ di ristoro, e si allontanava di poco fischiettando, quasi rivolgesse un rimprovero all’importuno che veniva ad infastidirlo.

Non vi era altro segno di vita all’intorno; solo da lontano giungeva il lento ansare del mare che si perdeva negli anfratti di rocce cave e se ne ritraeva con un sospiro basso, profondo.

Si sarebbe steso volentieri ai piedi di una quercia e fatto cullare da quelle voci del mare; ma il sonno l’avrebbe preso di certo e la strada da percorrere era molta.

La collina era ancora lontana, nera di mirti e di pini, ed egli aveva una grande ansia di giungervi prima che il sole cadesse; non a notte, come un fantasma. Non gli erano piaciuti i racconti in cui streghe e fantasime compiono i loro sortilegi e intrecciano le loro danze nelle ore più cupe. Aborriva la notte, come un animale che vive di luce e di sole; s’inebriava alla vista di tutto ciò ch’era bello e che si dispiegava ai suoi occhi come un miracolo divino.

E lassù vi era Emmi, anch’essa un miracolo, perché essa era senza dubbio opera del buon Dio, che non aveva fatto nulla di più bello e di più completo per lui, perché da lei discendeva la sua felicità, da lei attingeva la forza per tornare verso quei luoghi dove aveva trascorso tanti dei suoi giovini anni, dove aveva perduto gli amici più cari e da dove era dovuto andar via con il tumulto nel cuore, come una bestia braccata.

Ma tempo ne era passato tanto, le ferite si erano rimarginate, gli animi erano tornati calmi. Non si può vivere come belve tutta una vita.

Diego, lui, avvertiva nel suo intimo di non aver mai vissuto per un attimo con la collera o l’odio nel cuore; si era difeso, istintivamente, ma senza ricorrere ad alcuna arma subdola, felice in cuor suo di poter dare e avere da tutti un sorriso, una parola buona che è di farmaco all’animo e che aiuta a vivere in armonia con l’universo.

Di una cosa veramente si rattristava: non del male che avrebbero potuto arrecargli, ma del fatto che gli uomini non erano buoni, e che la cattiveria e le altre pessime qualità non potevano che derivare dalla stupidità in cui l’uomo si dibatte, che lo abbrutisce e deforma le sue origini divine.

 

Fedor Nicolay Smejerlink

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