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Lo scopone scientifico

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Antonio Cambazzu un emerito giocatore di scopone era; un marito ideale, un ammiratore del bel sesso non lo sarebbe stato mai.

Un niente e uno si rovina con le proprie mani. Succede un terremoto, scoppia un’epidemia, va a fuoco la casa, e chi la scampa piange per i mali accorsigli; poi man mano si consola, riassesta la sua vita e in fondo si rallegra d’averla scampata; non ci pensa più: non è dipeso dalla sua volontà.

Cambazzu non sa vivere senza lo scopone scientifico; a lui la moglie non servirebbe. E va a prendere moglie.

Non ha più gli anni in cui la ragione è dominata dai sensi; ne ha cinquanta suonati ed è più sordo di una campana fessa. E’ anche un po’ gobbo, sebbene non lo dia a vedere per quell’atteggiamento sempre tra il pensieroso e il perplesso, proprio dei sordi in genere. A fare il medico si è abituato da venticinque anni e a fare il colonnello man mano, come si era abituato ai gradi inferiori tutte le volte che, raggiunta una certa anzianità, era stato promosso in virtù di quest’ultima.

A cinquant’anni vuol prendere moglie; sarà un’idea covata da tempo, ma capita come un temporale di mezza estate. Egli è parco di parole e da buon sardo diffidente non si è aperto sinora con nessuno. I colleghi, tutti inferiori di grado, la maggior parte giovani, fanno la faccia attonita; si riprendono infine, si congratulano, brindando alla salute del futuro sposo. Malignano ad alta voce sorridendo sulle doti della promessa sposa, che non è stata presentata loro dal comandante;  Cambazzu ride felice come quando vince una partita a scopone. Pensa che siano lieti della sua lietezza. Il lago sorride con loro. Baveno è inondata di sole e il grande bianco ospedale si rispecchia in acque calme e azzurrine, che hanno odori di muschio e di cielo.

*      *     *

Lo scopone scientifico fa proseliti; entusiasma gli ufficiali, interessa molti ottimi cittadini, le autorità civili e militari di Baveno. La casa di Cambazzu è frequentatissima: cinque, sei, dieci tavoli da gioco; un crescendo impressionante. Il grande salone non è più sufficiente a contenere gli ospiti. Nel giardino, ora che la primavera è nella pienezza, Cambazzu fa allestire altri tavoli da gioco, che ha personalmente disposto con un garbo e una diligenza tutta sua tra gli alberi a basso fogliame.

Egli passa da trionfatore da un tavolo all’altro: e qui un’osservazione, là un consiglio, là ancora un ragionamento chiaro e stringato; costruisce raddrizza indica con una parola un gesto uno sguardo intento; averlo alleato è certezza di vittoria, averlo maestro è indice che ha scoperto la stoffa del giocatore.

A ciò che tutti gli altri badano, egli non pensa affatto: a sua moglie. E’ un usignolo, e non incanta solo per la sua voce; i suoi occhi hanno riflessi di ghiacciaio alpino, di quell’azzurro stemperato alle grandi altezze, evanescente come quando si guarda  attraverso le cime degli ultimi abeti; e le mani, due mani tenere e sottili come quelle della più bella Madonna del Raffaello, ove sembra che le nocche non esistano se non per conferire armonia maggiore ad un’armonica creatura; e le vesti non hanno stringimenti che facciano risaltare la perfezione delle linee: è il corpo che anima le vesti e le rende vive e leggere come sono le piume agli uccelli.

A Cambazzu, tanto bella non era piaciuta; cioè, aveva espresso a suo fratello il timore che una tale giovane difficilmente avrebbe avuto della simpatia per lui, mezzo vecchio e sordo com’era (no, gobbo non l’aveva detto, l’aveva pensato).

Ma suo fratello navigato era; non era stato inutilmente per trenta anni a Ittiri ad esercitare la nobile arte dello speziale, per poi sentirsi dire dal fratello più giovane (per modo di dire) e meno esperto che non avesse buon naso e buon fiuto. Quel matrimonio s’aveva a fare, e subito; prima che la gobba si fosse accentuata e la divisa nuova di zecca, che per l’occasione bisognava indossare, gli avesse conferito più l’aspetto di uno spaventapasseri che quello di un onesto galantuomo pronto a impugnare sia il bisturi che la spada.

Se è lecita una digressione, Antonio Cambazzu non aveva impugnato mai né l’uno né l’altra, per il semplice motivo che lui, da quando si era addottorato, aveva preferito ascoltare il cuore e i polmoni dei pazienti, tutti imbroglioni e cialtroni secondo il suo punto di vista, i quali, pur di sottrarsi alle semplici e liete fatiche della vita, e dell’arte militare, inventavano i mali più strani del mondo e accusavano sintomi che, se egli avesse dovuto tenere per oro colato, avrebbero fatto di ognuno di quegli “abbietti individui” un caso patologico tale che di fronte ad esso la scienza tutta intera (perché egli la rappresentava tutta intera) si sarebbe dovuta dichiarare impotente.

Una categoria di ammalati c’era per i quali nutriva una particolare inclinazione e che cercava di curare anche quando non ce ne sarebbe stato bisogno: quelli che soffrivano il mal di denti. Qui l’arte di Antonio Cambazzu toccava il vertice dell’esperienza e della capacità: il tragicomico e il grottesco avevano la potenza di amalgamarsi e di fondersi a tal punto che, a chi per avventura si fosse trovato presente a una di quelle “operazioni”, sarebbe stato difficile scegliere tra il piangere il ridere o il dar di mazza.

Che l’avessero assordato le strida e le urla dei pazienti non era vero, sebbene qualche maligno lo insinuasse. Era vero però che i denti strappati se li teneva lui, non come amuleti, ma per una collezione tale da fare impallidire al confronto quella del padre benedettino Tosti, che a Montecassino, esercitando a perditempo l’arte del cavadenti, ne aveva raccolto tra la marmaglia della pianura, che a lui ricorreva come a un santo taumaturgo, la bella cifra di dodicimila circa.

*     *     *

Nell’azzurro del lago si stemperava un rosso cupo come di sangue e un riflesso di quel tramonto era negli occhi di Antonio Cambazzu. Andava, e il suo piede lasciava un’impronta sempre più profonda laddove si posava.

Come chi colpito da una grave sciagura, finché non ne è oppresso, vibra in ogni suo muscolo e sembra come costretto nelle sue membra: allora una forza sconosciuta si sprigiona da esse, quella stessa forza che anima la terra e la sommuove, la scuote, la travaglia, quando il fuoco di dentro l’investe.

La sua povera testa era in fiamme e mille pensieri se ne sprigionavano monchi e confusi; non vi era fra essi alcun nesso, ma avevano tutti una medesima origine. E fiorivano sulle labbra tremanti, negli occhi iniettati di sangue, per le mani sollevate e quasi protese, partecipi anch’esse a quel soliloquio difforme.

Cornuto era; più cornuto che i buoi e i capri della sua terra, ch’egli soleva seguire talvolta da giovanetto con il padre pastore per le assolate pietraie di Mamuntanas e gli stagni infecondi della piana di Porto Conte. Cornuto come un animale stupido e irragionevole, cui le corna erano infine un dono della natura e non un castigo. Per lui erano soltanto un marchio, un’infamia. Lo avrebbero additato sghignazzando alle sue spalle: i buoni l’avrebbero compatito e commiserato. Inciampò in un sasso che affiorava dal terreno sabbioso e al dolore che ne provò gli sfuggì un’imprecazione, si morse il labbro inferiore come per trovare un lenimento a tutto quel male che lo investiva da ogni parte, fisico e morale. Affondò le mani nell’acqua del lago e le strinse alle tempie martellanti e cocenti; le bagnò più volte e il respiro divenne meno affannoso, l’occhio apparve per un momento meno cupo e dolente.

Ora aveva da agire come se nulla fosse accaduto; avrebbe dovuto sorridere scherzare giocare ancora a scopone scientifico; invitare più amici, tutta la gente di Baveno se gli fosse stato possibile. Guardò nelle acque del lago l’immagine di un uomo vecchio e goffo e sul viso non gli scorse nulla di terribile o cattivo, solo l’ombra di un immenso dolore. No così non doveva essere; la cancellò con rabbia, sputando sopra quell’immagine che non era la sua, che forse voleva farsi beffe di lui, del colonnello Antonio Cambazzu.

E la disperazione gli suggeriva parole e pensieri che le acque del lago ascoltavano in silenzio, sole testimoni, sole fide amiche nello sconforto e nella sventura:

- “ le mie lacrime sono salate, ma in voi si confondono e perdono il loro nome; nessuno saprà mai che io le abbia versate. Il mio cuore scoppia per il dolore, ma è ben racchiuso dentro il petto e nessuno potrà ascoltarne i battiti violenti. Potrei compiere un’azione tale che il giorno la guarderebbe inorridendo; ma tristo fra le sbarre di un’aula dove s’invoca la legge vindice del delitto, la mia voce si leverebbe vana in difesa di una giustizia più alta di quella degli uomini. Essi non la comprenderebbero. Io compirò l’azione che l’istinto mi suggerirà, poiché coloro che mi offesero solo all’istinto si affidarono. Oggi essi chiamano a loro discolpa l’amore, la gioventù, la bellezza e così il male non turba le loro coscienze; domani urlerebbero a tutti la mia età avanzata, la mia sordità, la mia gobba e allo scorno aggiungerebbero le beffe e il disprezzo. Tutta mia sarebbe la colpa, poiché non avrei dovuto sposare la donna che sposai. Piccoli uomini in toga nera giungerebbero all’esasperazione di questa colpa e la loro mente adusa a costruire sulle parole saprebbe innalzare un castello alla base del quale io farei da cariatide, oppresso da un peso immenso. No, non mi avranno vittima due volte”.

*     *     *

Volle vederci meglio. Non poteva credere ad occhi chiusi a quella lettera accusatrice, pur precisa nel descrivere fatti e particolari. Finse di star male, si appartò, spiò ogni mossa degli ospiti e di sua moglie. Lì, a trarre vendetta, c’era da fare un’ecatombe, una carneficina. Qualcosa della sua natura atavica lo invase, fiutò il sangue come l’unica soluzione possibile. Per la prima volta in vita sua si trovò ad impugnare un’arma con intenzioni aggressive.

Senza volerlo, era uscito al sommo dell’alta scalinata che porta al giardino e la pistola gli brillava nelle mani come un bisturi cui era affidata la riuscita di un’exeresi necessaria.

Dagli alti monti del Verbano saliva nel cielo la luna. Le guglie, i picchi, i dirupi avevano alcunché di fantastico e di irreale, quasi sospesi a mezz’aria nella trasparenza delle acque argentee del lago che facevano loro da proscenio. E dappertutto una miriade di luci più vive e meno vive correvano attorno a quella magica ribalta, che attendeva solo il tocco di una mano divina per scoprire il miracolo di immensi scenari.

Fuori di tanta scena un uomo si mosse: cento, spettatori e attori nello stesso tempo rimasero atterriti seguendo il muovere lento dei suoi piedi giù per la scalea, il luccicore sinistro di un’arma puntata su ognuno e su nessuno.

"Ci scommetto" - disse pacato quando fu tra loro

"Ci scommetto che con un sol colpo spezzerò l'uno e l'altro corno della luna". 

 

di Fedor Nicolay Smejerlink

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