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La Quercia

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Zì ‘Ntoni saliva stanco l’erta che conduce tra il bosco di ulivi e di mandorli a Villa Miranda,

alle cui spalle si apre la Piana con le sue vaste distese a viti, a frumento, a boschi ancora, per poi precipitare giù in burroni e scoscendimenti sabbiosi sulla valle del Mesima.

Stanco e crucciato era; ma la stanchezza non gli dava fastidio. Da trentadue anni ormai, dopo una giornata intensa di lavoro, si portava lassù ogni sera con l’animo lito per consumare una parca cena sotto la grande quercia,lì, presso la villa, con la sua Betta e i figlioli; prima uno, Pino, poi Rita, e sei altri ancora, venuti tutti lassù alla luce, senza cure prodigate da mani sapienti,

ma in virtù di quelle della madre cresciuti sani e robusti.

A Betta si erano imbiancati i capelli, col tempo; si era fatta un po’ curva. Ma in compenso i figli erano diventati otto colonne e tutte quelle terre che si stendevano dal mare su fino alla Piana, ch’egli aveva preso ancor giovine parte in fitto e per il restante come guardiano del Marchese Gagliardi, erano diventate come per incanto fertili e ricche, tanto che il signor padrone, buonanima, non le avrebbe riconosciute se fosse tornato dall’altro mondo a quelle sue “timpe” cretose e scoscese d’un tempo.

Quel miracolo non era tutto merito delle sue braccia, questo lo riconosceva Antonio Muzzì; ma del suo intuito sì, perdio! Era stato lui a dare a chi un pezzo a chi un altro di quelle terre per coltivarlo. Non aveva preso a caso, lui; aveva scelto tra gli amici e i contadini che avevan braccia sode e fronte alta e aveva detto a ognuno: “ questa è di don Ciccio, il marchese; tu la zapperai, la coltiverai con coscienza, bada, e tutto quello che riesci a trar fuori è tuo”. E don Ciccio, che conosceva le capacità e l’onestà del Muzzì, aveva lasciato fare. Quegli altri poi, vistasi capitare la buona occasione, non erano rimasti con le mani in mano, e, picchia rompi dissoda, con l’andar degli anni avevano trasformato l’inferno in paradiso.

Zì ‘Ntoni un solo privilegio aveva chiesto per sè: egli era pur sempre il guardiano di quelle terre e capitava spesso qua e là ad osservare e dar consigli, ad aiutare quando ce n’era bisogno. Al tempo delle raccolte, poi, bisognava lasciar fare a lui. Tutte le notti si aggirava per i campi con il fucile a tracolla e il cane alle calcagna e per quanto vaste quelle terre fossero, non una ne trascurava. Alla sua Betta che lo rimproverava per tante notti trascorse senza riposo, soleva ripetere che è l’occhio del padrone ad ingrassare il cavallo e che se si fosse messo a dormire come lei, all’ora della chioccia, a suo tempo avrebbe raccolto le foglie, non i frutti. Non che il padrone fosse lui, ma.... don Ciccio non era mai stato un tiranno come tanti altri: tre, quattro volte l’anno lasciava il suo palazzo di Monteleone e si recava a trascorrere alcuni giorni a Villa Miranda, nella più schietta familiarità con Zì ‘Ntoni, il quale era felice di questo onore particolare reso ai suoi affetti e alla sua operosità.

Da tanti anni però Villa Miranda non accoglieva più alcuno. Intristiva. Morto don Ciccio, il nipote che ne aveva ereditato tutte le sostanze, il Contino, non era mai venuto a conoscere da vicino quelle sue terre. Solo chiedeva per lettera, da Roma, di anno in anno un canone sempre più alto e Zì ‘Ntoni, a costo magari di sacrifici, ubbidiva tacendo. Ma quei sacrifici gli avessero almeno arrecato la soddisfazione ch’egli da tanto e invano s’aspettava! Non apriva più Villa Miranda; non più all’ombra della grande quercia accoglieva festosamente il buon signore di un tempo, il nuovo padrone! Fosse venuto lassù una volta sola, quel benedetto Contino: Zì ‘Ntoni era convinto che tutti gli anni ci sarebbe tornato! Imprecava contro Roma che tradiva ogni sua aspettativa e si commoveva dinnanzi alla maestà della natura che pareva offrisse a lui soltanto sì grande spettacolo: qui i colli digradanti in immenso anfiteatro sul golfo di Santa Eufemia, sempre verdi di aranci, di ulivi, di boschi di lauri di abeti di mirti; là il grande arco di cielo in una gamma di cento colori al tramonto; più in là ancora, nello sfondo di uno scenario immenso, Panaria e Stromboli, Salina, Lipari, Vulcano dappresso, come lo sfilare di una flotta grandiosa all’orizzonte, sotto gli ultimi raggi del sole cadente.

Zì ‘Ntoni si fermò: alla stanchezza, al cruccio, una ansia mortale gli era subentrata nel petto; tra i fitti rami cinerigni degli ulivi era balzata d’un tratto la villa, quella casa che custodiva gli affetti di tutta una vita, e la quercia coi suoi grandi rami chini, pensosi. Tornava da Monteleone dove lo aveva fatto venire in gran fretta il Contino. Ed egli vi era accorso con una speranza mai spenta nel cuore: poterlo avere finalmente con sè, anche solo poche ore, a Villa Miranda e raccontargli di tutti i giorni trascorsi lassù da suo Zio, don Ciccio, e stringergliela forte forte la mano, al suo nuovo signore che aveva conosciuto bambino, e dirgli in quella stretta tutto il suo amore e la sua dedizione. Un èmpito di pianto e di gioia lo aveva preso al primo vederlo, ancora giovane e bello, con pochi capelli bianchi alle tempia che gli conferivano ad un tempo un’espressione più nobile e più serena.

Le parole del Contino gli tornavano più crude alla mente:

-         è necessario che si riveda la posizione di tutti quelli che lavorano nella tenuta Miranda – gli aveva detto:

-         Non voglio assolutamente che tanta gente viva alle mie spalle senza pagare neppure un soldo. Lo sapete che i tempi sono mutati, la vita costa carissima, il Governo non sa neppure esso quel che vuole e voi continuate a sfruttare la mia terra... basta! Ciò deve finire! Son centotrenta ettari di coltivato...

-         Io sono sempre venuto incontro ai desideri di Vossignoria – si era provato a obiettare Zì‘Ntoni – e lo sono ancora; mi dica quello che devo fare. Vossignoria forse non sa che quando presi in fitto la tenuta di Villa Miranda solo sei ettari erano coltivati; il resto era sabbia, creta, sassi... quei poveretti ne hanno fatto un paradiso, se sapesse però a costo di quale duro lavoro! Molti vi hanno speso del loro... ma se debbono pagare qualcosa, Vossignoria mi dica...

-         Vi dico chiaro che debbono andar via, via tutti! Essi non hanno mai stipulato un contratto, essi si trovano a titolo precario sulle mie terre e domani con questi moti... non si sa, la farebbero da padroni! La colpa è vostra se quella gente ci ha messo piede; mio zio il marchese... lasciamo stare, è morto; ma siete stato voi ad abusare della sua generosità. Sono giunto a questa determinazione per mettere in salvo quello che fu il santo lavoro dei miei avi ( e qui chinò il capo per un momento, assorto) e nulla deve andare disperso per incuria mia o di chi mi precedette.

-         Mi dica Vossignoria quello che debbono pagare – provò ancora Zì ‘Ntoni, ma con l’animo gonfio per quelle amare parole – e farò del mio meglio...

-         Ma l’altro l’aveva interrotto acerbamente – Risparmiatevi questo tempo; le terre debbono essere libere entro settembre. Le ho già date in fitto per il prossimo anno a persona di mia fiducia. La Villa mi serve subito libera per il nuovo fittavolo, don Nicola Carrìa... e a Zì‘Ntoni la vista si era appannata, uno sgomento mai provato gli aveva invaso l’animo, ed era fuggito barcollante, come ebbro, da quella casa, per tema che il cuore gli scoppiasse, che parole mai pronunciate potessero sfuggire dalle sue labbra.

Alla vista delle cose sue più care, lacrime amare gli corsero giù, per le guance rugose, calde sulla mano con cui sorreggeva il mento. No, egli non poteva, non doveva andare da quegli uomini, forse ancora madidi di sudore, e portar loro l’infame messaggio! Il suo piccolo mondo fatto di lavoro e costruito con gli intenti più onesti crollava come un castello di sabbia. E per colpa di un uomo che non aveva mai conosciuto cosa fosse il lavoro, di un uomo vissuto sempre in mezzo a una ricchezza non creata dal suo ingegno, non potenziata dalla sua volontà! Di un uomo che appagava lo spirito affogandolo nel proprio egoismo, in una insana ingordigia! Non sarebbe rimasto un minuto di più su quella terra che gli bruciava sotto i piedi! Gli altri dovevano rimanerci, perchè vi avevano profuso tutte le loro energie; anche i suoi figli e la sua Betta. Lui no; per lui era ormai rotto il vincolo di fedeltà e di obbedienza che lo aveva legato per tutta una vita al suo signore.

Si scosse a questi pensieri dall’ansia mortale che lo aveva invaso, arrancò sino alla quercia, cadde al suo piede, esausto. A Betta, che gli corse incontro premurosa, disse che gli portasse la scure e gli chiamasse i tre maschi subito.

Il sole cadeva in un trionfo di luci sul mare, una cortina di fuoco si stendeva all’orizzonte come se un incendio immenso vi si fosse sviluppato e avesse invaso le prossime regioni del cielo e le acque si erano cangiate in argento fuso lì presso e su esse ribollenti, formicolanti di luci, lo Stromboli appariva un relitto fumante sul punto di essere arso e inghiottito. E il calore di quel fuoco lontano investiva i colli, i boschi, le valli e incendi improvvisi scoppiavano or qua or là tra gli aranci ed i mirti, e i carrubi con i loro fiori rossi in grappoli densi parea già fondessero a quel calore per le esili cime.

Zì ‘Ntoni alzò la scure: in quel grande silenzio il colpo cadde fragoroso sul duro tronco della quercia, s’ingigantì, si ripercosse; ne rabbrividirono le cose vive e inanimate d’attorno; cangiò il cielo ad oriente, divenne violetto.

Con gli occhi fè cenno ai figli che lo imitassero, ed essi alzarono al cielo le scuri, taciti. Betta, in un canto, piangeva, come se una sciagura sovrastasse alla sua casa, alla sua gente.

I colpi s’infittirono, divennero cupi nel silenzio della sera; poi il tronco ebbe un sussulto, e la grande chioma trascinata dal suo stesso peso si abbattè in un rovinio di rami sulla fredda terra. Betta gettò un grido; la minore delle cinque figlie che le stavano attorno le passò la mano ruvida sui bianchi capelli; strinse al suo fianco il capo della madre seduta.

Zì ‘Ntoni parlò e l’ansia era nei volti di tutti, non vista:

-         Andate a riposare... domani tornerete al lavoro... direte a tutti i miei vecchi amici di tenuta Miranda che attendano tranquilli alle opere loro e non lascino mai questa terra... la loro terra... questo vecchio non andrà più a seccarli con i suoi consigli e le sue esortazioni. E la quercia...la quercia non accoglierà più alla sua molle ombra il buon signore di un tempo nè il desco che mi unì nella pace a lui e ai miei figli... muoia in bellezza, dacchè anche per essa è cessato il motivo di vivere!

* * *

Nella silente notte lunare un vecchio avanzava smarrito tra i frutici nodosi e contorti delle viti. La brezza gli scompigliava i bianchi capelli ed egli di tanto in tanto vi passava sopra la mano bagnata di rugiada di cui erano imperlate le larghe foglie delle viti che carezzava passando. Carezzò l’esile frumento ancora verde, i mandorli, i fichi, gli ulivi, come creature sue care nell’atto di abbandonarle.

Lontano da esse un senso di libertà gli invase l’animo, padrone ormai di tutta quella terra senza confini che si stendeva nera dinanzi al suo sguardo. Eresse il capo, cercò la scure che gli pendeva dalla cintola, avanzò risoluto,fermo nel suo proposito.

L’accompagnava il cuculo con il suo grido sonoro.

 

 

Fedor Nicolay Smejerlink

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