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Lorca il servo

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Un sorriso semplice, pieno, gli corse sul viso, per gli occhi e si discoprirono appena i denti bianchi.

Era tutta la felicità che poteva esprimere in quel giorno di sole, mentre la terra bruciava, e  desiderava con tutto il cuore che essa si diffondesse su tutto e su tutti, come una strana epidemia che portasse sollievo e conforto.

Andava tra i suoi fratelli di colore, quelli con i quali sino al giorno prima aveva diviso ogni sorta di fatiche, senza un attimo di sosta, con il terrore in corpo di essere frustati per un nonnulla, alle volte senza spiegarsi nemmeno il perché.

Don Diego si era disfatto il giorno prima di Ghimel e Alef, due figuri da forca che teneva alle sue dipendenze da tempo e che, come aguzzini, gli avevano reso il miglior servizio del mondo.

Ma ogni cosa ha un limite, e don Diego non poteva sopportare che essi vivessero da nababbi alle sue spalle, tanto più che non gli era riuscito di appurare in qual modo lo imbrogliassero, per quanto cercasse di tenere gli occhi aperti e avesse assoldato qualche confidente per venirne a capo.

Certo la modesta paga che aveva pattuito con loro non lasciava adito a godimenti, ma egli era del parere che, convenuta una mercede per un determinato servizio, si dovesse poi stare ai patti, senza recriminazioni di sorta. E in effetti Ghimel e Alef ai patti ci stavano senza altre pretese, ma era fin troppo evidente che ci stavano solo perché in un qualche modo riuscivano a metterlo nel sacco, affiatati come erano tra di loro per comunità di razza e superiori a chiunque in astuzia.

L’unica soddisfazione che poté togliersi prima di mandarli via fu quella di appioppare all’uno e all’altro un paio di calcioni nella schiena, urlando come un ossesso colpe indecifrabili e ragioni ancora meno chiare.

Poi fece venire Lorca nel suo studio.

Era il gigante buono, spezzato ad ogni fatica, pronto ad accorrere in aiuto di chi ne avesse bisogno e ad assumersi responsabilità non sue, se c’era da evitare a qualcuno un duro castigo.

-          Lorca – gli disse – da oggi tu non sarai più uno schiavo, ma il mio servo fedele, in cui ripongo la maggiore fiducia....

-          Siano rese grazie al Signore, - lo interruppe Lorca – tu non avrai a pentirtene, mio padrone.

-          Qui il signore non c’entra, Lorca; è un patto fra me e te, e dura finché lo rispetterai. Tu sei buono, Lorca, ma soprattutto sei onesto....

-          Così mi ha fatto il Signore, e sia fatta la sua volontà; ma tu lo sai, padrone, che in compenso di queste mie buone qualità mi sono state affibbiate un numero infinito di frustate....

-          Anche in questo caso deve esservi entrata la volontà del Signore, ma come Lui diciamo: chi semina avrà il suo raccolto. E qui dovremo essere in due a raccogliere: io tutto ciò che la terra produce, non un chicco di meno, tu tutte le mie lodi e la mia riconoscenza. Pensi che pretenda troppo?

-          Sei buono, anzi, troppo buono, padrone....

-          Tu terrai tutte le chiavi, misurerai, consegnerai secondo il pattuito; agli schiavi, anche se sono tuoi fratelli, darai ciò che loro spetta. Quando non se sicuro, se temi di sbagliare, io sono qui a darti ogni chiarimento e ogni aiuto. Prendi per te ciò che vuoi, a sazietà; intendo, ciò di cui tu ti possa saziare, ogni cosa che la terra produce. Il denaro, no, intesi. Hai visto in quale maniera ho dovuto licenziare Ghimel e Alef. Avevano un debole per il denaro! Non c’è nulla che porti a dannazione più di esso... stanne lontano, Lorca, come dalla peste, e sarai il mio migliore amico.

-          Cosa vuoi che ne faccia del denaro, io! Proprio non saprei che farmene. Sarebbe un peso inutile il portarlo addosso e una preoccupazione il dover badare che non me lo portino via. No, no; tienilo per te il denaro, padrone ... e che ne fai tu poi di tanto?

-          Che ne faccio, Lorca! Che razza di domande mi fai. A te non serve, è chiaro; per chi deve pensare a lavorare, a fare il suo dovere, ad essere onesto... sì, ad essere onesto, il denaro è un bene inutile; in effetti non troverebbe il tempo per impiegarlo e lo sciuperebbe scioccamente, caso mai ne avesse. Ma per me è una necessità, è indispensabile come il pane. Io compro terre, mandrie, faccio costruire case e palazzi, ho cento altre cose da fare e a cui provvedere, e se non avessi questo benedetto denaro, me lo sapresti dire tu, Lorca, come farei a tirare avanti? I creditori mi piomberebbero addosso come avvoltoi, e non so se mi lascerebbero la pelle attaccata alle ossa. Tu Lorca, sei felice; non hai nessuno di questi pensieri.

Lorca disse di sì, ch’era felice, che non poteva ottenere di più; che era in debito con il Signore e che lui, don Diego, era il più buono padrone del mondo. E tutto ciò che diceva lo pensava davvero e si sentiva veramente libero e felice, come se gli avessero tolto di dosso un peso enorme che ogni giorno pareva lo schiacciasse al suolo,  lo confondesse con la terra su cui era costretto curvo a lavorare.

     *     *     *

Lo accolsero con gridi di gioia, stringendoglisi attorno, osannando al suo nome, e infine avevano tutti gli occhi bagnati di lacrime.

Lorca guardava nel sole felice, a testa alta. Sembrava essere cresciuto di statura e di forza; ma così non gli parve di peccare di superbia. Ricordò le parole del Vangelo a proposito della superbia e cercò di farsi più piccolo, si abbassò per carezzare i capelli ricciuti dei ragazzi, si accoccolò, quasi, ai piedi di una bimba che lo guardava con gli occhioni spalancati e pensò che la cosa più bella sarebbe stata di raccontarle una favola. Ci provò persino, ma dopo un po’ era troppo commosso per poter continuare. Allora sollevò la bimba al di sopra della sua testa e disse ch’era bene elevarsi tutti, quanto più era possibile, perché non era un peccato di orgoglio, ma solo un modo di strapparsi alla terra alla quale non bisognava sentirsi incatenati. Era l’unico modo di accettare il lavoro come tale, una fatica necessaria al corpo e allo spirito e non una pena.

Non volle apparire per nulla al di sopra di loro, ma continuò a lavorare, con maggior ritmo anzi, ché aveva un mucchio di cose cui provvedere e non voleva ascoltare nemmeno una parola di rimprovero da don Diego.

Lasciò un po’ di respiro ai fratelli di sangue, non li volle vedere estenuati pei campi, disfatti dalle fatiche.

E pareva che i prodotti del suolo come per miracolo aumentassero, i magazzini abbondavano più del solito di ogni ben di Dio. Lorca vi faceva affluire tutto, fino all’ultimo chicco, come aveva precisato don Diego.

Gli parve però che un’implorazione, una muta richiesta partisse da quei volti in ansia, ma chiusi, quando i raccolti venivano depositati per giornate e settimane intere.

Egli, Lorca, stava ai patti: dava ad ognuno, ad ogni famiglia, in base alle braccia impiegate sulla terra e nei vari lavori accessori. Ma sapeva bene, per averlo provato, che quel tanto non bastava affatto, ch’era la fame e la miseria per tutti e che ogni boccone era accompagnato da lacrime.

Anche se non correvano frustate come una volta, anche se lasciava correre quando qualcuno cercava un po’ di riposo al lavoro sfibrante, gli pareva di essersi assunto un compito troppo ingrato, perché forse le attese di molti erano andate deluse e quei muti sguardi erano lì a testimoniarlo.

Non poteva continuare così, egli ne soffriva nelle più intime fibre dell’animo e ogni parola che potesse suonare giustificazione per sé o per don Diego gli parve odiosa. Aveva bisogno di dire quel che sentiva dentro, ma tutte le parole che riusciva a mettere assieme, tutti i pensieri che con esse aveva il desiderio di esprimere gli parvero parole prive di significato o che, se almeno per lui potevano significar qualcosa, erano superflue e vuote per i suoi fratelli.

No bastava proteggerli per quanto era nelle sue possibilità, doveva aiutarli a vivere meglio, ad avere intanto il necessario per vivere. Ma egli, al par di loro, era povero come Cristo. C’era un solo mezzo per venir loro in aiuto: sottrarre qualcosa dal cumulo enorme di ricchezze di don Diego. Era come prendere un pizzico di sabbia da una duna, ma era pur sempre un prendere e il buon Lorca sapeva benissimo che prendere significava rubare.

- So che sei buono e soprattutto onesto... – erano state le precise parole di don Diego; e adesso avvertiva che queste due qualità, che stanno benissimo assieme in un uomo a sollievo dei furbi, in lui facevano a pugni e che l’una avrebbe escluso necessariamente l’altra. Eppure il non essere buono o il non essere onesto non comportavano per lui il compimento di una cattiva azione; si trattava di una scelta dalla quale non poteva derivargli nessun rimorso, alcun pentimento.

Ma non poteva esserci esitazione nello scorrere quei volti emaciati, quelle membra rilassate dalla fatica e dal poco nutrimento, soprattutto quegli sparuti visetti di  bimbi e di bimbe su cui forse si posava con un senso di infinita tenerezza soltanto il suo sguardo.

Aveva detto anche don Diego – Per te prendi ciò che vuoi, a sazietà -. Dunque questo rientrava nei patti; e allora riempì la sua capanna di ogni cosa, di tutto ciò che vi poteva star dentro, e a sera, tra una meditazione e l’altra sul Vangelo, distribuiva a piene mani, a turno per gruppi di famiglie, ciò di cui esse avevano realmente bisogno per tirare avanti la vita e anche qualcosa di più da mettere da parte per ogni evenienza.

I suoi occhi brillavano di gioia e di soddisfazione, salivano lodi all’Eterno dai petti quassati dalla tosse e dal male latente. Per sé non teneva nulla, non aveva bisogno di nulla; desinava quasi sempre con don Diego, che lo aveva ammesso alla sua tavola, e anche lì, per quanto il padrone lo esortasse, era fin troppo parco e il suo sorriso semplice e quieto, che esprimeva gratitudine e soddisfazione, faceva desistere don Diego da ogni imposizione sia pure benevola.

Il tempo passava; l’inverno fu meno duro per tutti, la primavera piena di promesse e di speranze. Si udivano canti e cori pei campi e la terra non era più la nemica di sempre. Lorca, quieto, annuiva; ma c’era una piccola ombra nei suoi occhi quando sedeva a tavola con don Diego o gli faceva il rendiconto della giornata, minutamente; gli pareva di colpirlo alle spalle, che di soppiatto compisse un’azione poco pulita, per la quale si era dovuto aggrappare ad una labile giustificazione.

Eppure don Diego era contento, lo lodava ad ogni occasione e in presenza di estranei, usava con lui una familiarità che Ghimel e Alef non si erano mai sognata. Tutto si muoveva con ordine e speditezza, le entrate erano quasi raddoppiate e ciò lo rafforzava nel convincimento di essere stato imbrogliato in misura notevole dai due lestofanti che aveva tenuto per tanto tempo alle sue dipendenze.

Ma Lorca diventava di giorno in giorno distratto e pensieroso e ciò non poteva sfuggire all’occhio premuroso di don Diego, che tra un bicchiere e l’altro pensò di interrogarlo con circospezione e nello stesso tempo di influire su lui con il suo buon umore, se per caso si fosse accorto che c’era qualcosa che lo tormentava.

- Credo che tu, Lorca, abbia tanta fiducia in me quanta io ne ho in te. Se c’è qualcosa che ti preoccupa, qualcosa che non va, ebbene parla. Mi servi con una lealtà senza pari e di ogni cosa mi metti al corrente; ma è chiaro che da qualche tempo tu hai un non so che, che ti rimugina nel capo e sinceramente ciò mi dispiace. Perciò sono qui per consigliarti e per aiutarti, se del mio consiglio o del mio aiuto c’è bisogno. -

Disse Lorca: - Padrone, tu hai mal riposto in me la tua fiducia; io sono il più indegno dei tuoi servi. -

Don Diego sorrise, gli batté affettuosamente sulla spalla: - Tu sei stanco, Lorca, hai bisogno di riposo; deve essere così, ho forse richiesto troppo da te in questi ultimi tempi, ma ti metterò accanto qualcuno che ti dia una mano...

- Non sono stanco e non ho bisogno di aiuto, - disse Lorca – la verità è che non mi sento in pace con me stesso per aver commesso qualcosa che non dovevo commettere, per aver mancato alla parola data, per averti ingannato, in una parola, ecco tutto!

-          Non è possibile, Lorca, non ne sei capace...

-          Lorca lo prese per mano: - vieni – disse; c’era nella sua voce un’esortazione spontanea, sul suo volto si stemperava una dolcezza infinita, come se un dolore fisico insopportabile avesse cessato in un istante di tormentarlo.

Don Diego lo seguì incerto, come un automa, sino alla sua capanna; gli pareva strano e irreale essere condotto per mano come un fanciullo cui s’insegna la giusta strada. Dentro, si rese conto delle parole di Lorca, l’assalì un’ira improvvisa ma che non seppe esplodere per nessun verso, si sciolse dalla stretta della mano di Lorca: - Perché lo hai fatto? – disse.

- Perché essi avevano fame – rispose.

     *     *     *

Addossato al tronco di un vecchio albero, le braccia penzolanti come due rami protesi verso terra, Lorca se ne stava immoto, quasi un tutt’uno con quella natura vegetale; le lacrime che gli scorrevano dagli occhi avevano anch’esse qualcosa della resina che stilla sulla scura corteccia.

Tutti i suoi gli stavano attorno, muti, sgomenti; non osavano rivolgergli alcuna domanda, dagli alcun conforto.

Ogni frustata che era scesa sulle spalle del gigante buono pareva fosse caduta sulle loro bocche, sulle loro gole, sui loro stomaci: avvertivano un dolore acuto, strano, che li attanagliava più dei morsi della fame a lungo sofferta. Sulle loro facce divenute ebeti si erano spenti ad un tratto il sorriso luminoso, la pace serena che avevano reso più sopportabile ogni fatica nel volger di poche stagioni.

Ma Lorca non soffriva per le piaghe aperte nella carne viva, nelle lacrime non cercava lenimento. Piangeva silenziosamente per aver tradito i suoi fratelli, per averli resi più miseri, più desolati di prima, per aver aperto una piaga più profonda di ogni sua ferita nelle loro anime. Per averli abbandonati quando avevano maggiormente bisogno del suo aiuto. Quando stavano per riscattarsi dal peso della inferiorità. Per sentirsi uguali tra tutti gli altri uomini. Dinanzi a Dio, secondo le parole del Figlio suo.

  

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