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Una casa che non cammina

Contributo di fedor , Venerdý, 07 dicembre @ 20:33:20 CET

Romanzo (racconto, novella, storia)
UNA CASA CHE NON CAMMINA
 
Acque azzurre verdesmeraldo tra un’asse e un’altra, sconnesse; dal tempo, da un urto, da un’esplosione prossima.
Brigida. Una casa che non cammina, con ruote róse e rosse su un binario morto; una casa in cui si è imbattuta, stanca; Claudia dormiva, pesava tre volte, biancorosa nel volto dolce.


Un tetto, una casa; difficile trovarne quando la guerra devasta, senza nulla che valga indosso, straniera. Un corpo giovane, ma stanco. Il corpo non; Claudia avrà fame, soffrirà, innocente; ma il corpo non si vende. Era stato di Marco, era appartenuto a Marco.
Camminava sul greto della Guil, polveroso nel volto e spingeva i ciottoli con il piede, li seguiva a destra con lo sguardo stanco, a sinistra con lo sguardo stanco; si sedette presso il ponte di Abriès. Brigida era lì per caso.
Saliva la marea dei pensieri e il piccolo fiume era cheto, aveva sorbito da poco il silenzio delle Alpi.
- Maledetta guerra, -disse; sputò, si asciugò la fronte con la manica rimboccata della camicia verdastra. Sorrise a Brigida; - Sono di là, italiano. E’ un mestieraccio fare il soldato. Almeno fino adesso. Ora non so se sono cane o lepre, padrone o schiavo; più brutto ancora. Non so se mi conviene tenerla ancora indosso. L’allodola gira intorno allo specchio finché cade; la prende l’arsura. Il bosco si muove perché Malcolm possa essere vendicato. Muoversi nel bosco guardingo, ora. Nemici non ne mancano, francesi, tedeschi. Avevo una bella divisa, ricordo; ne ero contento. Quasi nera, nero nel volto e m’investiva il fuoco, il turbine del carbone che bruciava, il denso vapore della caldaia. Tutto nero tranne che negli occhi e nei denti.
Il nero è bello più d’ogni colore; le zampe del cigno, Aaron, Shakespeare. La Cornovaglia; bianca candida sul profilo del mare; inghiotte acque salse, rugiade di boschi, boschi, boschi. Denti, zanne bianche.
- Ti prenderanno, disse Brigida; non si passa al Col della Croce, al valico del Pis, più in su, alle Traversette. Non andare; ti porterò altri vestiti, verrai con me sino a Guillestre, ti farò conoscere mio fratello Lèon, stanco da quando è nato, non importa, ma tanti altri amici; con loro, ti aiuteranno, li aiuterai.
Trovarsi fratelli nella melma e in paradiso, assurda fratellanza tenersi per mano, per il terrore di acque fumoaccidiose per un bel girotondo in onore del Padre.
Sposare con un mitra tra le gambe; belle parole di amore, di pace in una chiesetta tra i monti: conserva ancora il profumo dei pini. Hanno piantato i cedri sul Libano perché i loro templi conservassero sempre un mistico profumo, la presenza del Dio. Gli occhi di; le parole di; le implorazioni di; per nulla. I templi folgorati e gli empi. Come questa chiesetta che sa di pino e domani potrà bruciare. Struggersi. Io qui con Brigida oggi; Brigida piange. Pianto di sposa. Assurdo essere felici e piangere. Ho il groppo alla gola se penso alle acque verdi, alle rose, al sole di Bordighera.
Gap, la ville du soleil toute l’annèe; non ci ho rimesso troppo, infine. Almeno il sole, se è vero.
Gap, fatta di polvere e sole, reggia di Lèon. Qui vi sono i suoi amici. A Guillestre si respira infido, assorbe, nel suo imbuto, l’aria della valle. Gettarli ad uno ad uno in un imbuto così, quei cani, dice Lèon, e farlo girare vorticosamente. Brigida rimasta in quell’imbuto e stare qui con Lèon, dopo averla sposata; assurdo.
Assurdo un po’ tutto; questi uomini che parlano, parlano; edificano a parole una nuova Francia. Dell’Italia si parla poco, chissà. Assurda questa guerra, ormai. Brigida. Il resto non importa. Occhi limpidi come le sorgenti della Alpi.
Starsene con Lèon, ascoltarlo; pancia al sole, gambe al sole, faccia al sole. Toujours coomme ça: é il suo motto. Non deve aver preso mai un badile in mano, costui. L’avrà imboccato Brigida fino a ieri. Eppure il mitra. Come un fuscello. Se lo mette a dormire fra le braccia. Padre assurdo che confida in simili figli. Fumo, piombo, si muore. Nessuno che pianga. Brigida, nella chiesetta di pino, lei non doveva piangere. Divinare non è dell’uomo; ma qualcuno piangerà dopo, quando saprà.
- Cani, - urla Lèon, sdraiato; sole, sole, sole di Gap. Inesorabile, intorpidisce il cervello.
- Sciacalli – urla ancora Lèon – devono essere sterminati. Perire. Sterminare. Una fila di formiche, si fanno uccidere, ma ne vengono sempre fuori. Le partorisce la terra. Non puoi sterminarle tutte, si rigenerano. Brucia tutta la terra e non avrai più formiche; non avrai più nulla.
Ha bevuto troppo Lèon, ha solo trent’anni; bere è meno faticoso che mangiare. Per questo è caduto con la testa nella pozza, un pozza di sangue nero; commisto, il suo.
- Cani, ringhia Lèon prima di cadere; non ha altro pensiero. - Miserabili cani, che vi credete migliori... Lèon tace. Non so in che cosa Zeus sia miglior Dio di me; il Ciclope, Euripide. L’empia risata. Zeus ha tempo e non colpisce subito con la folgore, meschina vendetta. Ed io sto qui a guardare, che aiuto gli posso dare, ormai. Non sta bene tappare così la bocca ai vivi. Lasciarli parlare, anche tanto, in fondo. Prenderanno anche me, se mi vedono qui attorno. Mi resta solo Brigida. Sola, lì, in quell’imbuto. E se; si, cani, aveva ragione Lèon. Ragione. Fatti un po’ in là; ma ci sto io. Fatti ancora più in là; ma; e farsi ancora più in là. Ragione.
Brigida, limpida come le nevi; ma potranno sporcarla con le mani sudice, imbrattate ancora di sangue. Il sangue di Lèon sta tutto lì nella pozza, nessuno è andato rigirarlo per vedere se respira ancora.
Risale la Durance, corre e il respiro è affannoso. Portare via Brigida prima che sappia, prima che la sappiano sorella di Lèon. Non è più guardingo; affannoso correre, per la via più breve, la più pericolosa. Mi bagno un po’ non ce la faccio più, arriverò davanti a Brigida nero di polvere, impastato di sudore. Puzza di sudore, pozza di sangue. Si combina bene. Tutta roba che fa schifo. Ecco cosa porto a Brigida. Guerra fottuta; a qualcuno doveva capitare; a me.
Confondere i propri passi con le acque canore della Durance; qui vicino incrocia la Guil; che non mi vedano, zitto come un’anima. Anime zitte. Un esplodere di anime è necessario, potente come un boato, che si levi al di sopra di ogni altro rumore, di ogni orgoglio. Solo così si può ottenere giustizia; anime zitte.
Le acque verdi, le rose, il sole di Bordighera; ultima visione questo sole, che mi acceca. Cadere con il sole di Bordighera negli occhi, penetrato come una lama di fuoco fino al cervello. A due passi da Brigida tra gli ultimi sassi della Durance, con la Guil che stende un braccio per tirarlo su, per portarlo da lei, da Brigida.
- La guerra, disse Brigida, e potè baciarlo, e potè sciacquargli il viso con le acque del fiume, fresche pulite. E pensò per un attimo a Lèon, e strinse a sè con forza Claudia, che non sapeva nulla.
Brigida, notte. Su una casa che non cammina; tra un’asse e l’altra acque oscure, minacciose. Straniera, Straniera sulla terra di Marco. Si è stranieri persino nella propria casa, quando si ha bisogno. Può essersela portata anche di qua e di là, sferragliando, questa mia casa, Marco. Casa che muore, su un binario morto. Claudia; corre su e giù squittendo, sullo spiazzo erboso davanti. Avrebbe bisogno delle ali, per salirci. Angeli senza ali. Anche l’erba è nera, notte. Strano che ogni cosa prenda le sembianze della notte. Bisogna che scenda a prendere Claudia, si potrebbe far male. Ancora non sa, meglio. Avere occhi per vedere, finestre aperte sul mondo.
Una sagoma nera, nell’ombra. Brigida trattiene il respiro, vorrebbe chiamare Claudia, non può. Mi sento stringere alla gola, ma in fondo è un uomo, non ci potrà far del male; volevo restare una notte qui, nella casa di Marco. La casa di Marco. Questa è un po’ sua, se la portava forse dietro, sferragliando.
Che non si avvicini a Claudia, potrebbe averne paura. Nero, nero anche lui, come disse Marco, tranne che nei denti e negli occhi. Potrebbe essere amico, un suo compagno di lavoro. Chiedo. Di Marco; come in dolce abbandono sui sassi della Durance. E baciarlo freddo. Dopo il matrimonio, in un giorno di sole. Accosciati sul greto della Guil. La terra era calda e mi palpò il seno, mi strinse ai fianchi, alle anche. Ebbro di sole, il sole di un giorno per tutta la vita. Qui a Gap sto bene, “ la ville du soleil toute l’annèe”; poche parole vergate in fretta su un foglietto di carta sudicio con Lèon vicino, con il mitra tra le gambe, tutt’e due.
L’uomo si ferma, scruta, ride, vedo i denti bianchi, adesso Claudia avrà paura, strillerà. Si avvicina all’uomo, non strilla, non ha paura, squittisce ancora.
Le passa la mano sopra; capelli neri, arruffati. – Che fai qui piccola? Si lascia carezzare, non risponde; lo guarda negli occhi, finestre illuminate nel buio della notte. Deve essere un bambolotto grande grande, adesso lo mordo un po’, chissà se è dolce come quelli piccoli di zucchero. La mamma, bambolotti piccoli biancodolci. Prende la mano che ancora indugia, lo zucchero nei capelli. L’addenta, con cautela. Una smorfia, ride Brigida, l’uomo ride ancora. Non gli piace, fa; è sporca di grasso, qualche treno cammina ancora; se lo mangerebbero se fosse possibile, se non fosse ributtante. Aspetta! Piccole labbra nere, aperte; occhi che domandano.
L’uomo torna dopo un po’; grosso, trafelato. Brigida, mi chiamo Brigida, moglie di Marco. Parlava come te; l’avevano asciugato la polvere e il sole. La guerra toglie l’appetito. Se vuoi. Getta le mani come trasognata, afferra il piccolo cesto, Claudia si fa sotto, tende le sue.
Esita per un attimo, si allontana quieto. Se vuoi. Anche le lacrime sono nere nel buio della notte.
Su un binario morto, una casa viva; una casa che non camminerà più sulle sue ruote róse  e rosse.
 
 
Fedor Nicolay Smejerlink

 
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