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Il pane dell'anima

Contributo di fedor , Sabato, 24 gennaio @ 16:42:02 CET

Romanzo (racconto, novella, storia)
Il gusto loro era di sentirgli ripetere lo stesso discorso, in cui qualcosa di nuovo vi ficcava sempre, e di farlo infine andare su tutte le furie, interrompendolo quando meno se lo aspettava. ...


Gli stavano attorno come alla chioccia i pulcini, tutti intenti in apparenza, sino a che non fossero scoppiate a qualcuno le risa, invano trattenute. Allora quel riso contagioso correva da un capo all’altro del gruppo, pari a un fuoco d’artificio; ed egli ne rimaneva imbalordito a contemplarli, poi gli scappava la pazienza e l’invettiva solenne: “ ora basta, figli di ....; solo una lezione di creanza sarebbe  necessaria per voi”.
Bello è che, a digerirsi l’invettiva, capitava spesso anche a Nino Artese, il sindaco, a Giorgio Cefalì, il farmacista e a Bettara l’arciprete, i pezzi grossi del paese in fondo, ma per i quali Cola non faceva alcuna distinzione, quando lo prendevano, - diceva lui, - i cinque minuti.
- Certo voi non ve la meritate, - diceva poi nei momenti di calma a Bettara, - quell’ingiuria; ma sapete come succede, quando scappa, scappa, e le palle non sono mai rientrate nello schioppo quando si è sparato! Però, anche voi, arciprete, unirvi a quelli screanzati fannulloni! – E a mò di chiusura - è il non far niente che guasta la gente in questo maledetto paese e lascia solo il gusto del riso, perché discutere veramente non sanno, poverini! -
E osservava sottecchi che faccia Bettara facesse. Ma quello grasso e ben pasciuto gli dava invariabilmente ragione: -vangelo, vangelo le tue parole, Cola.
- E già, tutti così – ruminava intanto tra sé Cola – presi ad uno ad uno perdono quel po’ di coraggio che talvolta mostrano di avere e non osano né contraddirti né sghignazzare ... - e poi di botto - Via, arciprete, il Vangelo è il vostro; quello potete ammannirlo come vi pare e nessuno vi ride in faccia; anzi, ne fan di certe! Vi voglio bene, perché siete il solo a vendicarmi come io penso. Che soddisfazione, la domenica, mentre me ne sto sotto la navata di Santa Lucia, veder cangiare tutti quei visi, immaginare il tremore delle loro ossa alle minacce delle pene dell’inferno o starsene lì inebetiti tra la storiella del cieco di Gerico e Pietro alle prese con le onde! e penso che anche io, se invece di andar discorrendo per le piazze o lungo la spiaggia, mi circondassi di mistero, facessi fumar turiboli e sputassi sentenze, quanti di quelli che ridono stoltamente resterebbero lì a guardarmi a bocca aperta, grattandosi la zucca.
- Eresie, eresie; - gli gridava allora Bettara piantandolo in asso, e a quanti incontrava lì presso faceva l’occhietto, per dare ad intendere che Cola glie ne aveva raccontato qualcuna di quelle che non stanno né in cielo né in terra, come capita agli strolici nei momenti di luna.
Ora, che Cola fosse veramente un saggio, non si poteva dire. Aveva tirato innanzi sei lunghi anni all’università più per colpa degli zii che inviavano i dollari dall’America che per volontà del padre, il quale voleva farne un gran medico, a costo di togliersi di bocca anche parte di quel po’ di stipendio che lo stato gli corrispondeva per l’insegnamento elementare e di ridurre da dieci a due i mezzi sigari toscani che gli pendevano eternamente al lato destro della bocca, semi spenti, come se quel cervello già sovraccarico di pensieri ed in eterna silenziosa lite con quel governo balordo che continuava a trattarlo alla stregua di una guardia municipale quanto a mercede del proprio lavoro, non avesse mai un momento di tempo per comandare alle labbra, ai muscoli facciali, ai bronchi, di aspirare la voluttà graveolenta di quel pestifero reliquato di barbarie umana.
Gli studi di medicina l’avevano interessato, sedotto, come tutte le cose nuove che s’affacciavano alla sua mente aperta a grandi orizzonti; ma gli avvenne che, appena laureatosi, s’invaghì, arse, bruciò per quella pallottola belloccia della Annina, senza un grammo di buon senso in capo e scostumata per naturale inclinazione; se la fece moglie, nonostante le tempeste e le minacce del padre, e si ridusse a fare il mediconzolo di campagna, lui, che aveva in animo di spiccare voli d’aquila.
Come poi succede alle cotte travolgenti, passato il primo momento di ebbrezza, scoprì ad una ad una le pecche di quell’angelo, la sua votaggine, la sua autorità persino su lui che non aveva mai voluto freni alla sua condotta.
Ma, pervicace per natura, sebbene lo angustiasse il dolore per la morte del padre avvenuta di lì a poco per crepacuore, non dava a notare il suo stato d’animo a chicchessia e sempre un sorriso gli alitava sulle labbra, i suoi occhi conservavano ancora qualcosa di casto ed ingenuo ed era raro scorgere quel lampo di folle tristezza che per un attimo, un attimo solo, lo trasformava in una maschera tragica. Ciò gli capitava quasi sempre quando intento alle sue letture (ma di tutt’altro genere che di quelle mediche ora: anzi, tutto lo interessava fuorché la vita del prossimo) assorbiva da esse idee e concetti che si prestavano al suo modo di vedere e appesantivano il suo bagaglio che con l’andar degli anni era divenuto enorme.
E di qui un’ansia, una smania di andarle a ridire quelle cose, spiattellarle sul muso a quegli ignoranti dei suoi compaesani, che più in là dei Promessi Sposi e del Corriere dei Piccoli non erano andati, e che si facevano beffe di lui; di lui, che con una sola parola avrebbe distrutto la prova ontologica dell’esistenza di Dio, per portare a compimento la quale, Anselmo di Aosta aveva speso inutilmente anni e anni di studio; di lui, che sapeva valutare ed apprezzare tutte le cose di questo mondo scevro d’ogni passione e seguendo solo il filo della ragione, come due-tre millenni or sono aveva fatto il buon Socrate per le piazze di Grecia.
Solo con la moglie non discuteva più ( e in verità aveva cessato di farlo dal primo momento, allorché lei gli aveva dato dell’imbecille per non essere andato a pretendere la sua parte di eredità alla morte del padre); quando la sentiva brontolare, urlare, bestemmiare dava per maggior sicurezza un doppio giro all’uscio del suo studio e non era più di questo mondo. –Tanto, dopo aver sprecato il fiato, si calmerà, - pensava.
Ma quella di fiato, a giudicar dalle parole, ne doveva avere in abbondanza. Gli rinfacciava sempre quei quattro soldi che gli aveva portato in dote, che se ne erano andati tutti a forza di comprar libri che non valevano una cicca (diceva lei, che stentava persino a leggerne i titoli tanto le riuscivano difficoltosi) e di perdere il tempo a fantasticare e scarabocchiare carte, invece di andare a trovare malati da guarire o da mandare all’altro mondo, ché per lei era lo stesso, una volta pagate le visite.
- Come vuoi, cara – accennava talvolta egli debolmente – non me la sento di andare come un lemosinante di casa in casa, fare qualche sorrisetto di convenienza a tutti quei parenti che ti stanno con gli occhi spiritati addosso e non indovini che voglia abbiano, se togliersi presto presto quel peso dallo stomaco o conservarselo fino a che gliene passi la voglia.
Ed io star lì a fare la figura del fesso! – Te lo dicessero almeno subito – Morto lo vogliono – e morto sia!; ma niente! hanno il groppo anche quando hanno voglia di farlo rotolare a calci per le scale e fino al cimitero, per non pagare i portantini!
E lì Annina a subissarlo di male parole, a ripetergli che non ha voglia di far niente, che ha perduto la testa dietro quei libri, più matti di lui quelli che li hanno scritti, per dannazione!
Certe volte verrebbe la voglia a Cola di fare il matto sul serio, di mozzargliela la lingua, a quella vipera, di scappare da casa, andare anche in manicomio, pur di stare in pace. Un’idea: i matti lo ascolterebbero senza ridergli in faccia come quegli stupidi dei suoi compaesani; così, lontano da tutti, da quelli, dalla moglie, anche dagli ammalati; sì, anche da loro, perché la odia tutta quella gente che ha paura della morte e lo guarda con occhi spalancati, da ebete, di sotto in su, aspettando da lui chissà che cosa.
Certe volte gli verrebbe la voglia di scagliar via tutto: stetoscopio, termometri, fiale e siringhe, e gettargliele, così, sulla faccia, quelle sue due manacce da cui si attendono forse miracoli, e premere, premere forte sino a mozzare il respiro... niente! invece le mani si posano ansiose (almeno così sembra ai malati) leggere; tastano palpano cercano, come se si nascondesse sotto quelle misere carni il vero male che le affligge e come se quel tocco, quell’indagine fosse un farmaco miracoloso, e fa rinascere la speranza di qualcosa che essi stessi non sanno!
Ma lui lo sa, Cola, lo sa di che cosa è nutrita quella folle speranza e fugge, fugge il più presto possibile per non essere preso da quella sua tentazione, e per la strada accelera il passo e se le morderebbe le mani, alle quali risale ogni colpa, se non fossero lì tanti imbecilli a scrutarlo, a controllarlo, a notare ogni suo minimo atto. Ma i pensieri gli escono a forza e il gesto li accompagna, e ad un certo momento si accorge di parlare e gestire sé stesso; e desidererebbe essere tanto lontano dagli uomini, per non interrompere così bruscamente il filo dei suoi pensieri e rimanere lì, con una mano a mezz’aria guardandosi attorno smarrito, come una marionetta cui il povero burattinaio non riesce più a far compiere alcun gesto per un guasto improvviso.
Gli tocca fuggire perfino da quella solitudine intima, come poco prima è fuggito dalla casa dell’ammalato, come prima ancora è scappato dalla sua stessa casa per non sentire più quella vipera dell’Annina. Chi, chi deve imprecare, chi chiamare in soccorso? Non lo sa! Dio, natura, destino? Macche! E’ qui, è qui! Si picchia a pugno chiuso, con le nocche, sulla fronte ampia, solcata da una ruga profonda, accarezza pensoso la testa del primo monello che incontra e pensa che sarebbe tanto di guadagnato per lui se gli fosse possibile cambiare la sua con quella di quel moccioso, sporca e spettinata sì, ma non lacerata da un solo pensiero!
 
*     *     *
 
Poi il momento tanto desiderato e tanto temuto di aprire il suo animo, appena gli si  dà l’occasione, al primo accenno, senza lasciarsela sfuggire.
- Rideranno, si daranno gomitate – pensa – ma quel che ho in animo lo dico , mentre altri che pensano le stesse cose non hanno il coraggio di dirle, per convenienza, s’intende; ma la convenienza è il calcolo dei meschini.
- Cola, che cielo meraviglioso stasera e che profumo di zagare vien dalla campagna e che odor d’alghe dal mare! Qui si sente Dio, - direbbe un poeta.
Si iniziano così quelle discussioni (discussioni per modo di dire, perché una volta preso l’avvio è sempre Cola che parla) e quella è l’imbeccata. Ed ecco Cola incupirsi, lisciarsi due-tre volte con il pollice e l’indice della sinistra il mento trasandato, meditare un momento ancora, esplodere: “ Dio, Dio lo ficcate dappertutto, perché siete dei pusillanimi! Anche se il mal di ventre vi coglie lo supplicate, lo implorate, come se non fosse la vostra ingordigia da porci a farvi soffrire! Invocate quel Dio di cui siete schiavi anche se fugge da casa il figlio degenere che ha dilapidato le vostre sostanze o la vostra cara consorte vi ha trasformato in un esemplare degno di Atteone! Eppoi lo andate a scovare nella natura, che vi sembra sì prodiga e benigna: nelle onde del mare, negli spazi (del Creato), nell’incanto dei boschi e dei loro cento profumi. Appunto perché siete dei meschini; perché tutte le cose appena più grandi di voi vi conquistano, vi soggiogano, e perdete così la facoltà della ragione, presi come siete da questa autosuggestione collettiva.
Ma entrate un momento con me in quel bosco che vi sembra un Eden: là un serpe si dondola da un albero pronto a colpire chiunque gli capiti a tiro, qui s’acquatta la tigre lesta a balzare sulla vittima prescelta; e le liane incatenano, soffocano; e le edere si avviticchiano, succhiano; e quei due alberi fanno a gara per guadagnarsi i raggi del sole, mentre lì, sulla terra umida, mille e mille tremende lotte avvengono e di cui non abbiamo la più pallida idea! Volete guardare un momento nel fondo del mare? Lì non si rispettano nemmeno fra parenti: il merluzzo grosso ingoia il piccolo d’un sol boccone e così fa il pescecane con tutti gli altri o li sbrana se più grossi; mentre quella che sembra una timida pianticella subacquea ha pronti cento tentacoli per afferrare la preda. Vi pare che regni altro che forza, ferocia e astuzia fra tutta questa nobile specie vivente?
Quel fesso di Dante, buon’anima, ce l’ha con l’armonia dei cieli; io in verità quest’armonia non posso discuterla; ma, sempre ragionando, non deve essere anch’essa apparente come quella del mare o della terra? Solo che qui non siamo riusciti ancora a scoprire quella lotta che invece sembra essere la regola del mondo. Hanno un bel dirmi Copernico, Galileo e compagni che lassù tutto scorre liscio come l’olio! Che poi me l’assicuri Newton, questo non può far cambiare la mia opinione, anzi!
Ma lasciamo correre circa l’opinione che ho degli inglesi, per non ripetere quello che ho detto del serpe e del pescecane! dunque, dicevo ... anche lassù sarà armonia apparente: una stella ingoia il primo pianeta o pianetino che le viene a portata.... (di stomaco, suggerisce qualcuno), lo sbriciola, lo polverizza, lo brucia e continua la caccia per gli spazi del cielo e i grossi continueranno ad ingoiare i più piccoli, fino.... fino a quando gli ultimi due restanti si fonderanno assieme e l’armonia sarà una cosa necessaria perché non c’è più niente da ingoiare?
Eh no! sarebbe troppo comoda quest’armonia a buon mercato! invece succede pressappoco così: una stella mangia, mangia, ma ad un certo punto scoppia in dieci, cento, mille salami (è questione di farli più o meno grossi).
Ho citato il porco perché è un animale ingordo, ma potevo citare anche l’uomo, ché, in quanto ad ingordigia, non c’è animale che lo superi. L’uomo però non è ingordo di cibo soltanto, ma tutto quel che gli capita di arraffare lo arraffa, salvo poi a far sempre la stessa fine e a non vedere le sue sostanze, avidamente accumulate, disperse tra figli, nipoti e creditori di questi, tutti contraenti debiti a colpo sicuro.
E’ inutile che cerchiate di contraddirmi; Cola non sbaglia! Scava, scava, togli fronzoli e veli e resta questa cruda verità: che in questo porco mondo tutto è lotta, guerra eterna, immutabile.
Forse ad un certo punto l’uomo si accorse di non essere gran che buono e allora diede a se stesso il libero arbitrio: scagionò il suo Dio dal male che era solito commettere; sennò bella figura ci avrebbe fatto questo Dio così buono paziente e onnipossente a creare questa turpe genia! Invece gli disse così: va, arrangiati, tu hai un’anima, a te è lecito scegliere la via del bene e la via del male. Però queste parole chi gliele mise in bocca a questo Dio? Il suo creatore, l’uomo! L’uomo, questo meschino, che lo volle persino a sua immagine e somiglianza e non si dimenticò di farlo servo delle sue stesse passioni e malefatte, si che lo compatisse fino all’ultimo istante!
Ma qui casca l’asino, perché il diavolo, come dice il nostro arciprete, fa la pentola e non fa il coperchio.
Avvenne che Iddio non fece solo l’uomo, ma fece anche il serpe, la tigre, la liana, e il merluzzo e fece persino il pescecane; a tutti questi viventi non fece dono del libero arbitrio, perché non fece dono dell’anima e dell’intelletto.
A questo punto, mi volete spiegare, arciprete, perché questo Dio così buono, di cui si legge nel libro dell’uomo, diede quel sottile veleno al serpe per togliere la vita ad ogni altra creatura vivente, e alla tigre la ferocia per sbranare cento altri animale e diede le ventose alle liane per intisichire gli alberi e ai pesci fece libito il mangiarsi a vicenda, il più grande e il più piccolo?
Certo non per opera di bontà infinita; altrimenti non avrebbe creato esseri pericolosi a tutti gli altri, ma avrebbe detto loro: tu, serpe, cibati di tenere erbette e tu, tigre, di giovani rami. Se non ha fatto ciò, è segno che non è tanto buono come si dice, e per prima cosa non avrebbe dato la lingua a mia moglie!
Ora io, di tutto questo, penso che l’uomo sia un gran mariuolo, un gran briccone, che ha tirato su un bell’edificio per colpire e impressionare tanti creduloni che stanno a contemplarlo e dicono: guarda com’è bello! come è alto! e che magnificenza di scale e che ricami di marmi! e non si accorgono che già a sostegno delle fondamenta vi sono dei puntelli enormi e che salendo di piano in piano, lì un arco, qui una trave, là ancora una colonna e un mucchio di sassi altrove sorreggono volte e muri, che se per caso ti azzardi a muovere una pietruzza, pamfete, ti casca tutto sul capo! -
Qui Cola tirava un mezzo sospiro di soddisfazione, scrutava senza darlo a vedere, tutte quelle facce che parevano intente, e se nulla vi era nell’aria, né la risata omerica di Paspuale Borello, né la gomitata tisicuzza di Nino Artese nei tondi fianchi di Bettara, tirava innanzi imperterrito - questo Dio ve lo ha fatto tirar su anche la paura, perché quel brivido che corre per le flaccide carni dell’uomo, anzi che muoia, è poca speranza e molta paura assieme: per la morte che lo ghermisce alla vita e per la vita a venire.
Perché qui è l’egoismo dell’uomo; non si accontenta di essere vissuto cinquanta, cento anni, no; egli vuole vivere eternamente! Disdegna di pensare che cessata la vita sulla terra debba sparire nel nulla. Non vuole assolutamente capire che di veramente eterno c’è la vita e la morte, ma la vita in quanto è la riproduzione della specie che la rende eterna, e la morte in quanto è l’eternità della vita che eternamente l’alimenta. Inutile che mi facciate quella faccia da allocchi; se volete, capite. Quello che non volete assolutamente capire è che non esistono due pesi e due misure, sennò davvero qui sarebbe monca la natura; e cioè che non ci adattiamo a considerarci alla stregua di tutte le cose che ci circondano.
L’albero si infradicisce e cade? diciamo che è morto; cede la volpe alla muta famelica e si spegne fra morsi feroci? diciamo: i cani l’hanno sbranata! Muore un fesso? Niente; ci ostiniamo a dire: è volato in Paradiso; era tanto buono, almeno lassù sarà felice! e se non era fesso e ne aveva combinate di cotte e di crude mentre era in vita, vive lo stesso, arrostendo all’inferno.
Perché in quell’altro mondo dove si andrebbe a finire, tutto è permesso: anche a continuare a vivere sui carboni accesi!
Tutte queste storie, voi arciprete, potete raccontarle a Middo il cieco, perché lui poverino ci crede e vi dà anche i soldi per alleviare le sue colpe; ma tra noi è meglio dirci come stanno le cose. Anzi io onestamente le direi anche al povero Middo, perché se in fin dei conti lui accetta come oro colato tutto quello che gli si dice e fa gran segni di croce e recita preghiere su preghiere per ottenere maggiori grazie presso Dio, in verità non è bello gabbarlo sol perché ingenuo e cieco.
Se sapesse la verità egli spenderebbe più volentieri quel tempo a carezzare i riccioli del suo nipotino, senza preoccuparsi gran che del giorno della sua morte, se andrà a soffrire ancora o a godere, ma accettandola come necessità alla quale l’uomo non può sottrarsi, come quella del sonno.
E non crediate che sia il solo a pensarla così, e non mi stimate perciò dissennato; perché altrimenti di dissennati ce ne sarebbe il cinquanta per cento sulla terra: solo che gli altri mancano di sincerità, non hanno il coraggio di affermare senza tentennamenti quel che sentono, temono per chissà quali scrupoli, di negare l’esistenza di Dio, dell’anima, dell’ordine nell’universo! Io dico che c’è soltanto un animale dotato d’intelligenza superiore a tutti quelli che dimorano su questo granellino del cosmo, che si atteggia a conoscitore e arbitro d’ogni cosa e non pensa che, milioni e milioni di mondi disseminati nel vuoto possano ospitare esseri di gran lunga più intelligenti di lui, ma non certo così presuntuosi da voler dimostrare che tutto va secondo il loro intendimento, il loro modo di vedere, la loro natura.
E molte volte sono intendimenti, modi di vedere, e nature di pazzi, visionari, ammalati....-
Poteva continuare per un pezzo ancora quel discorso di Cola, ma si chiudeva immancabilmente con un’imprecazione - se c’è quel Dio, perché non fa crepare quell’infame di mia moglie, per dimostrarmi un pizzico della sua bontà infinita; e non viene a dirmi in un orecchio, magari mentre sono in dormiveglia, ma tanto da farsi sentire e non vedere: figlio di cane, ci credi ora al tuo Dio? -
Finiva così, perché tutti quei suoi cari amici erano lì a sbellicarsi dalle risa fino a lacrimare, e non ascoltavano più le contumelie che dalla bocca di Cola cadevano sui loro capi.
 
*     *     *
 
Da qualche tempo Cola è apertamente in rotta con gli amici; se li vede da lontano li evita o persino cambia strada, mentre prima era solito andare a cercarli.
Gli è capitato ultimamente di leggere le opere di Pirandello e non sa perché, terminato di leggere quel grosso volume zeppo di romanzi e novelle a non finire, gli è scappato detto: “qui vi manca il pane dell’anima”.
A chiunque altro fosse scappata di bocca quella frase, il mattino dopo non vi avrebbe fatto più caso, anzi gli sarebbe passata di mente. Ma a Cola no, questo non succedeva. Le aveva pronunciate quelle parole e a qualcuno aveva pur dovuto rivolgerle. Ma chi le aveva dette e chi ascoltate? Indubbiamente in lui vi erano due Cola, quello che aveva parlato e quello che aveva sentito.
E’ per questo che si è chiuso in se stesso, per studiare questo nuovo problema che lo incuriosisce e lo tormenta.
Un Cola c’è; ed è questo che cammina, che parla, che sente il pizzico che la mano destra dà alla mano sinistra e il contatto di questa sulla coscia nuda. Questo è quel Cola che non gli piace: vile, dabbene, educato, paziente.
Ma c’è un altro Cola ed egli lo avverte distintamente: è quello che si ribella ad ogni patto con la società, che vorrebbe avere cento lingue e cento braccia per urlare e picchiare di tutta ragione, quello che si nasconde sotto la sua pelle, che forse corre con il sangue e fa gonfiare i muscoli, stringere i pugni, indurire gli zigomi.... ma non si vede; sarà forse il Cola dell’anima.... la sua anima?
Il duro sorriso che gli increspa le labbra a quelle parole è anche opera di quel Cola dell’anima, perché egli non voleva né ridere né ghignare.
-Ma se in quegli scritti manca il pane dell’anima- pensa Cola- significa che quegli usò soltanto il braccio per scrivere e gli occhi per vedere e le parole che un tempo aveva appreso dagli altri.
Proprio così; perché a Cola sembra che quell’altro Pirandello, quello dell’anima, non sia affatto intervenuto per dare il suo consiglio e imporsi a quello di carne e ossa; altrimenti lo avrebbe costretto a dire altre cose, ma tanto più terribili di quanto quel fantoccio in carne e in ossa ha saputo appena balbettare! Ora gli sembra più chiaro quel che ha detto: l’alimento, il pane di quell’altro Pirandello è mancato a tutto il lavoro del primo; si è limitato ad osservare senza intervenire, per tema forse di guastare tutto, ma certamente deformando quello che era nell’intenzione dell’uomo.
Perché altrimenti quel pungolo costante del pensiero che persegue l’uomo, specie quando è solo, e gli fa dire e vedere cose che egli al cospetto della società, di un altro uomo, non ha mai dette o sentite, o, se ha appena intraviste, non sono se non il riflesso di un precedente pensiero?
Doveva quindi essere così: quel pungolo non era in lui in quanto Cola, ma in lui in quanto uomo; solo che in ogni individuo era più o meno vivo a seconda delle reazioni tra l’operato ed il pensato, fino ad annullarsi, scomparire del tutto nelle bestie in cui nessuna di tali reazioni avviene, per cui si distinguono le bestie in più o meno intelligenti.
Ma di positivo in tutto questo astruso ragionamento di Cola c’era questo: che in lui c’era un altro Cola, tutto l’opposto di quel che sinora aveva conosciuto e che gli si era scoperto per caso; non se lo sarebbe più lasciato scappar di mano.
Aveva una gran voglia di interrogare quel Pirandello per sapere da lui se per caso aveva scoperto in sé un altro Pirandello e se era stato così vile da cacciarlo in disparte.
Ma poi gli sovvenne che i morti non possono essere interrogati nemmeno con un tavolino a tre gambe e che i fatti degli altri a lui, in fin dei conti, non interessavano: gli bastava aver fatto il rilievo e, ammaestrato dall’esperienza, agire come quel Cola di dentro gli dettava, senza titubanza e senza viltà.
Si spiega così perché teneva gli amici lontani come la peste e la sera rientrava a casa tranquillo, quasi contento, e aveva una gran voglia di attaccare discorso con l’Annina. Ma alla povera donna (se povera si possa dire Annina) sembrava che a Cola da qualche tempo avesse dato di volta il cervello e se ne stava un po’ sul chi vive e non si azzardava a maltrattarlo come era solita; e naturalmente non aveva gran che voglia di attaccare discorso con lui.
Una notte, a Bettara era comparso il diavolo mentre rincasava, dopo aver lasciato la farmacia del Cefalì, dove si riunivano per il tressette sino alla mezzanotte, e il mattino dopo, recatosi tutto solo in chiesa a pregare S. Antonio, il santo suo protettore, gli era parso che la statua si fosse mossa, anzi si era mossa certamente, tanto era visibile il tremolio del braccio sinistro del santo e del giglio che stringeva nel pugno.
E invece di giubilare per il miracolo, come ogni pio credente avrebbe fatto, si era presa una febbre da cavallo e da più giorni se ne stava a letto con un gran battere di denti: raccontando l’episodio gli era sfuggito di parlare della buona dose di legnate che quel cane dell’inferno gli aveva fatto calare sul groppone accompagnate da sonori manrovesci sulle guance paffute; il fatto è che nemmeno a Bettara, quelle, sembravano botte da diavolo, ma botte da orbo, e il pover’uomo rivoltandosi nel letto si lambiccava il cervello nell’indovinare chi mai gliene volesse da conciarlo in quel modo, ché in verità non aveva mai fatto male a nessuno, anzi era buon consigliere di tutti e di difetti aveva solo quello di essere un buontempone.
Ma spesso, capita che per un peccatuccio da nulla si è perseguitati più di chi combatte una sequela di furfanterie: questo fu il parere di Cola dopo che ebbe tastato ad una ad una le ossa dell’arciprete e con suo grande rammarico non ne trovò nessuna fuori posto o seriamente lesa.
A Nino Artese era insecchito in due settimane il bellissimo pergolato che adornava l’ingresso della sua casa, sotto il quale, ai primi tepori estivi, si radunavano i suoi intimi amici per inneggiare alla bontà del vino che lasciava le ammuffite cantine della casa per finire negli stomaci capaci: lui solo si contentava di berne due dita stemperate nell’acqua, perché il male che lo minava giorno dopo giorno, non gli consentiva di andare di pari passo con gli altri, tisicuzzo com’era e con uno stomaco da pulcino. Si prese una di quelle arrabbiature che da tempo non ricordava; l’ira si tramutò in una tosse violenta e la tosse in una febbre fuor dall’ordinario che mise anche lui a letto e fece accorrere al suo capezzale Cola, prima di quanto costui immaginasse.
E a Benedetto Musolino erano morti nella stessa sera i due bassotti che si ostinava a dir di pura razza e ai quali era molto facile contar le costole per chissà quale misterioso accordo intercorso tra essi e il loro padrone di prendere i viveri in contanti piuttosto che in natura: ma i cani erano, e di contanti non se ne intendevano e non ingrassavano mai, e a tutto abboccavano pur di sfamarsi.
Ora solo l’Annina sapeva che tutti quei fatti, che sembrava non avessero alcun nesso tra loro, erano opera di una sola persona: di Cola. L’aveva spiato mentre usciva di casa una sera, vestito in modo strano, con un gran corno sul capo e un nodoso bastone in mano; l’aveva rivisto uscire il mattino seguente, all’alba, con le scarpe di gomma e senza cappello, e aveva indovinato che sorta di miracoli erano quelli capitati all’arciprete.
E quel vaso di orina raccolta da Cola e con il quale l’aveva visto uscire più volte a notte fonda? e quelle briciole preparate in tutta fretta con un pezzo di carne trafugata al pasto serale?
Non c’era dubbio: Cola era pazzo; pazzo era sempre stato per lei; ma pazzo pericoloso era diventato, ché un giorno o l’altro avrebbe potuto preparare per lei una braciola come di quelle ammannite ai bastardi di Musolino o stringerla alla gola mentre ignara gli giaceva accanto.
A questi pensieri le vennero i lucciconi e per prima cosa divisò di dormire separata da lui: almeno così non avrebbe trascorso le notti insonne. Si fece venire in casa una sua amica e con la scusa che si sentiva tanto sola se la tenne accanto tutto il giorno. –Intanto mi faccio dei testimoni - pensava – e se mi ammazza mi pagherà; e così confortandosi aveva fatto tanto bene a quella tale in pochi giorni più di quanto non ne avesse fatto da quando era nata!
Ma Cola il suo programma l’aveva e non sarebbero bastate le astuzie di cento Annine a fargli cambiare rotta, ormai. Quella donna gli aveva esacerbato gran parte della vita, non gli aveva dato se non dolori, e lui non si era mai ribellato, non aveva mai saputo che era in se stesso colui che lo avrebbe vendicato.
A lui chiedeva la vendetta più raffinata e crudele e per convincersi che ci sarebbe riuscito, andava a scovare più volte al giorno nello specchio che viso, che occhi, che mani avesse.
Dichiarata la guerra all’umanità, gli restava come rifugio quell’altra senza volto e senza vanità, quella che non conosceva altra passione se non l’istinto, altra verità se non quella dei sensi e forse neanche per intero: l’umanità dei pazzi, di quelli che la società savia segrega perché dicono che bianco è il rosso e chiamano dolce l’amaro.
Si mise quindi a persuadere l’Annina ch’ella era prossima alla morte, da certi segni premonitori che le riconosceva sul viso, nelle carni, dappertutto; c’era tanta serietà, tanta fermezza nelle parole di Cola che l’Annina sarebbe stata colpita di primo acchito da un colpo apoplettico, rubiconda com’era, se non l’avesse stimato con le rotelle cerebellari  fuori posto o in vena di farsi beffe di lei, lo sa Dio perché.
Ma Cola non le lasciava un momento di requie: la faceva stendere sul letto, ascoltava con tanto interessamento i battiti del cuore, il circolar del sangue nelle arterie, i bronchi, i polmoni, che un po’ alla volta la naturale baldanza e sicurezza dell’Annina svanirono e, cominciò a sentirsi male per davvero.
Cola trionfava: ora presagiva una paralisi parziale e con uno spillone praticava fori nelle gambe e nelle braccia della malcapitata per poter conoscere lo stadio della malattia, ora eseguiva un salasso per salvarla da sicura morte. Si era fatta floscia, smunta, cadaverica; gli occhi le si incupirono e le mani giacquero inerti sugli alti braccioli della poltrona.
Una mattina la sua amica la trovò lì fredda, dura, con gli occhi sbarrati nel vuoto pieni di angoscioso spavento. Dalla porta che le stava di fronte aveva visto entrare nella sua stanza leggera, aerea, terribile nel suo ghigno spettrale la Morte e il cuore le si era spezzato di schianto.
Sulla bara scoperta, Cola rise fragorosamente, cacciandosi le mani fra i radi capelli; la bocca socchiusa lasciava intravedere il nitore dei denti forti, quasi pronti a stritolare la vittima.
Lo portarono nella stanza di là, gli spruzzarono acqua sul volto, sulle mani e infine si trovarono tutti d’accordo che il dolore gli aveva fatto smarrire la ragione.
Lo compassionarono come poterono: - povero Cola, era così buon amico! ma si capiva che così doveva finire con quelle sue idee.-
I parenti di lei si fecero vivi, così, per carità cristiana, dissero, per non lasciare sola quella loro cara Annina, ora che aveva bisogno di qualche lacrima e di tante preghiere per la sua anima, che si era dannata in terra per colpa di quello scentrato, di quel pazzoide, di quel nulla di buono. Ma sarebbe stata la prima e l’ultima volta che ponevano piede in quella casa; anzi, per confermare ciò, portarono via tutto quel che c’era di buono, per non essere tentati a tornare poi.
Da ultimo portarono via la povera morta, ma per lasciarla al cimitero, in pace.
Anche Cola trovò degli amici pietosi. Visto che non riuscivano a cavargli nulla di bocca e che si ostinava a smaniare e a gesticolare emettendo stridule risa, decisero per il suo bene di farlo ricoverare in manicomio, dove avrebbe avuto ogni cura e sarebbe stato trattato come un signore.
E quattro fra essi, i più buoni, misero il nero sul bianco e confermarono che Cola (poveretto, lui non ne aveva colpa- commentarono) aveva già altre volte dato segni di squilibrio mentale e ch’era una cosa ben fatta mandarlo a Girifalco.
 
*     *     *
 
Lo accompagnarono il giorno appresso due suoi amici e il maresciallo dei carabinieri. I grandi alberi annosi spandevano un senso di pace e di melanconia sul lungo rettifilo che da Borgia conduce a Girifalco: Cola era finalmente felice!
Al direttore dell’ospedale che si fece premuroso fin sulla porta per accogliere il nuovo arrivato, un tempo compagno di studi, Cola abbozzò un timido sorriso.
Poi si fece più audace, gli posò una mano sulla spalla, gli domandò preoccupato: “ Non c’è qui qualcuno che crede di essere Domeneddio, per caso ?”
Fedor Nicolay Smejerlink

 
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