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Mugghia il Velino, Rico, e contro il ponte cozza con uno spasimo incalzante. Lo senti?

Da poco m’ero assopito; e tu di nuovo mi svegli. Avessi le orecchie felpate come le donne della mia terra!

A te, Irpino, questo gemito fa da strana ninna nanna e t’addormenta; ma io ho le orecchie forate come il cinghiale marso e so da dove spira il vento e non mi sfugge stormir di fronde.

Se taci e tieni aperti gli occhi, mentre io dormo, non ti sfuggirà nulla, o moglie, di questa tempestosa notte.

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La marina tace, vinta

dal torpore dei secoli.

Ha spento tutti i suoi raggi

il sole sugli scogli

disseminati dalle mani

del Ciclope sul terso

del mare. Sentirai

ingigantita la tua voce

dalla voce dell’Etna

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Esca senza profumo, luce.

Colmi di colori le cose

di pensieri le anime, odi

il brulichio della terra.

Di male è testimone l’intima

fibra di te, tenui contrasti

che ti percuotono, deviano

un’onda che sola poteva

fissare un attimo dell’infinito.

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Antonio Cambazzu un emerito giocatore di scopone era; un marito ideale, un ammiratore del bel sesso non lo sarebbe stato mai.

Un niente e uno si rovina con le proprie mani. Succede un terremoto, scoppia un’epidemia, va a fuoco la casa, e chi la scampa piange per i mali accorsigli; poi man mano si consola, riassesta la sua vita e in fondo si rallegra d’averla scampata; non ci pensa più: non è dipeso dalla sua volontà.

Cambazzu non sa vivere senza lo scopone scientifico; a lui la moglie non servirebbe. E va a prendere moglie.

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