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A Turi avevano detto che quella sarebbe stata una vita da cani, esposto sempre al freddo e alle intemperie e, quando il sole scotta, al riverbero del pietrisco infocato che brucia gli occhi e incolla la lingua al palato; avevano insistito ché rimanesse tra loro, perché il pane sul mare lo si guadagna comunque e che infine un aiuto, un consiglio, un conforto se lo potevano dar l’un l’altro, venuti insieme su dall’infanzia, con negli occhi stemperato il ceruleo di quel mare limpido e immenso,

dal quale non potevano staccarsi senza un rimpianto nel cuore e un senso di smarrimento nell’animo.

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Soleva dire, a chi ancora gli chiedeva perché i figli amavano il lavoro come il diavolo l’acqua santa, che lo sbaglio più grosso della sua vita era stato quello di avere sposato la figlia di Antonio Ballotta, che terre al sole ne aveva tanta da poter dare lavoro a tutta la gente di Majerato e di Sant’Onofrio messa insieme, ma che lui non si era mai preoccupato di andare a vedere quanto era lunga e quanto era larga per non far la fatica di percorrerla a piedi.

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Esca senza profumo, luce.

Colmi di colori le cose

di pensieri le anime, odi

il brulichio della terra.

Di male è testimone l’intima

fibra di te, tenui contrasti

che ti percuotono, deviano

un’onda che sola poteva

fissare un attimo dell’infinito.

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Volle te, pallido fiore, al Suo fianco

e ti investì di amore intenso

perché sprigionassi il profumo

racchiuso nell’umile boccio.

Ora mi sembri fatta di cera

e di carne, creatura infinita

plasmata dalla Sua mano divina

per un disegno inconoscibile.

Io sarò curvo dagli anni e tu curva

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Antonio Cambazzu un emerito giocatore di scopone era; un marito ideale, un ammiratore del bel sesso non lo sarebbe stato mai.

Un niente e uno si rovina con le proprie mani. Succede un terremoto, scoppia un’epidemia, va a fuoco la casa, e chi la scampa piange per i mali accorsigli; poi man mano si consola, riassesta la sua vita e in fondo si rallegra d’averla scampata; non ci pensa più: non è dipeso dalla sua volontà.

Cambazzu non sa vivere senza lo scopone scientifico; a lui la moglie non servirebbe. E va a prendere moglie.

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Mugghia il Velino, Rico, e contro il ponte cozza con uno spasimo incalzante. Lo senti?

Da poco m’ero assopito; e tu di nuovo mi svegli. Avessi le orecchie felpate come le donne della mia terra!

A te, Irpino, questo gemito fa da strana ninna nanna e t’addormenta; ma io ho le orecchie forate come il cinghiale marso e so da dove spira il vento e non mi sfugge stormir di fronde.

Se taci e tieni aperti gli occhi, mentre io dormo, non ti sfuggirà nulla, o moglie, di questa tempestosa notte.

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La marina tace, vinta

dal torpore dei secoli.

Ha spento tutti i suoi raggi

il sole sugli scogli

disseminati dalle mani

del Ciclope sul terso

del mare. Sentirai

ingigantita la tua voce

dalla voce dell’Etna

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