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O lui o quell’asino maledetto. O quello scompariva dalla faccia della terra o egli se ne sarebbe andato senz’altro dall’orto, prima che il fegato gli scoppiasse per la bile, e il medico prima e il prete dopo scialassero allegramente con i suoi soldi, risparmiati a forza di sacrifici.

Compare Peppe non ne aveva colpa, non se la poteva prendere con il suo compare, ché erano stati allevati, si può dire, assieme e si volevano un bene dell’anima. Eppoi se rompeva l’amicizia e per disgrazia gli fosse accaduto di star male, aveva voglia ad aspettarle, la moglie e le figliole del compare

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Alla tua ombra mi raccolsi stanco

dopo la solitaria

corsa qua e là per la campagna aprica,

amica quercia, che profumi non hai,

non hai svettanti al cielo

rami fioriti e di color cangianti.

Povera cosa sei

sublime ostello alle mie stanche membra.

Con te mi è lecito parlare ormai

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Ero da poco uscito dall’autostrada che da Cagnes va oltre il Fréjus, larga e dal fondo solido, e avevo decelerato la marcia della vettura per godermi lo spettacolo della campagna di Provence che è uno dei più belli del mondo, quando è primavera.

Poi quasi improvvisa sopravviene una curva a gomito; la strada se ne va tutta a sinistra tra prati e filari di viti. Di là della curva vidi un braccio proteso, guantato oltre il gomito, un lieve accenno della mano. Frenai istintivamente, sebbene fossi ancora a una certa distanza dalla persona che indubbiamente chiedeva un passaggio, e per un momento ancora vidi quel braccio solo

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Una vela

che sogna sul mare acque

chiare di smeraldo, confortata

da un tenue ondeggiar di risacca.

Più vele nel cielo, tese

su un pennone di viscide piume,

plananti o in feroce picchiata

e il gridio di avide gole

sepolte nell’onda per un attimo.

Poi un veleggiar bianco, infinito

sul lucente dorso delle acque,

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Il gusto loro era di sentirgli ripetere lo stesso discorso, in cui qualcosa di nuovo vi ficcava sempre, e di farlo infine andare su tutte le furie, interrompendolo quando meno se lo aspettava. ...

Gli stavano attorno come alla chioccia i pulcini, tutti intenti in apparenza, sino a che non fossero scoppiate a qualcuno le risa, invano trattenute. Allora quel riso contagioso correva da un capo all’altro del gruppo, pari a un fuoco d’artificio; ed egli ne rimaneva imbalordito a contemplarli, poi gli scappava la pazienza e l’invettiva solenne: “ ora basta, figli di ....; solo una lezione di creanza sarebbe  necessaria per voi”.

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Credo di aver avuto un sei anni a quel tempo.

Mia madre, nei tardi pomeriggi assolati di luglio, conduceva me e le mie sorelline sulla spiaggia ricca di ghiaia e di sabbia bianche e pulite, come lo erano una volta, specie in Calabria. Sceglieva sempre un qualche angolo tranquillo e fuor di mano, per consentirci di correre e giocare a nostro piacimento senza dar fastidio ad alcuno.

Ella in genere se ne stava seduta, incantata e un po’ intimorita, dinanzi a quella immensa distesa di acque, che per lei, quasi una ragazza, venuta giù dalle Alpi del Piemonte, dovevano essere una scoperta affascinante e sempre nuova.

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Si sperdono come i desideri. Foglie morte.

Fu nella piana di Mamuntanas, quando il corvo gracchia indisturbato dai sassi tesi del nurago e la civetta attende la sera prossima per fare sue le prede.

Il sole cade a sghimbescio tra le fetide pozze di Fertilia e la curva di Porto Conte, e Alghero è rossa come un’aragosta viva.

Il vento viene su, ansimando, ansimando, dal mare; il suo respiro penetra nelle forre, si avviluppa ai muri a secco, procede stanco. Si sperde nelle sugheraie e le chiome ne raccolgono il morente brivido.

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Hanno i tuoi baci il sapore strano

di un tempo lontano,

che fu; di mia fanciullezza.

 

 V’è negli occhi tuoi una tristezza

che più non cancella

l’amore. Con dolce mano

 

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