Il canneto

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Credo di aver avuto un sei anni a quel tempo.

Mia madre, nei tardi pomeriggi assolati di luglio, conduceva me e le mie sorelline sulla spiaggia ricca di ghiaia e di sabbia bianche e pulite, come lo erano una volta, specie in Calabria. Sceglieva sempre un qualche angolo tranquillo e fuor di mano, per consentirci di correre e giocare a nostro piacimento senza dar fastidio ad alcuno.

Ella in genere se ne stava seduta, incantata e un po’ intimorita, dinanzi a quella immensa distesa di acque, che per lei, quasi una ragazza, venuta giù dalle Alpi del Piemonte, dovevano essere una scoperta affascinante e sempre nuova.

Il tempo si perdeva dietro quei giochi e quel fascino e, il più delle volte si tornava a casa quando era già improvvisamente sera. Mia madre per sua natura non mancava né di fierezza né di coraggio e non le dava nessun pensiero il fatto che quella fosse una terra di briganti e che ad ogni passo potesse incappare in uno di essi, come pare le avessero tante volte sussurrato nelle orecchie i nonni piemontesi, forse per dissuaderla a sposare un uomo delle terre “ballerine”, come in felice sintesi veniva indicato nel Nord, tutto il Meridione.

Avvenne una sera che si fece più tardi del solito e dalla spiaggia, per ritornare sulla strada maestra, si doveva necessariamente percorrere un sentiero che attraversava un canneto. Di là eravamo passati tante volte senza nessuna inquietudine. D’un tratto si generò un fruscio prolungato tra le canne, forse un colpo di vento, forse una persona che passava nel mezzo. Mia madre rimase per un momento perplessa, poi prese per mano le due mie sorelline e, incitandomi a seguirla, uscì di corsa sulla strada maestra; ma a me le gambe si irrigidirono, tanto che non era più capace di muovere un passo. Mi sembrava di essere attaccato al terreno ed il terrore si impadroniva man mano di me. Non so come fu, ma mi ritrovai a correre a quattro mani (o a quattro piedi), quasi mi rotolavo per terra pur di uscire al più presto da quel canneto che sembrava mi si stringesse attorno per sbarrarmi la via.

Ricordo bene che mia madre scoppiò in una risata piena quando mi tirò su da terra e mi strinse a sé per rincuorarmi. Anche le mie sorelline ridevano di me, ma tremavano visibilmente.

Ne rimasi molto male, quasi mi veniva da piangere; ma quella risata infondeva sicurezza a tutti e quattro, credo più di tutti a mia madre.

 

Fedor Nicolay Smejerlink